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58 anni fà chiudevano le case di tolleranza

Nell’agosto del 1948 la senatrice socialista Lina Merlin presentò un primo disegno di legge per l’abolizione delle case chiuse in Italia.
Il progetto fu approvato dal Senato, ma la fine della legislatura ne impedì l’approvazione alla Camera. Il testo fu ripresentato l’anno successivo, ma subì un travagliato iter parlamentare; durante l’acceso dibattito in parlamento gli oppositori tentarono di ostacolare l’abolizione delle case di tolleranza adducendo pericoli igienici in caso di chiusura dei bordelli.

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Bisognerà aspettare fino al 20 settembre 1958 prima che la legge entri in vigore, data in cui le “case chiuse”, che fino ad allora “chiuse” lo erano state solo di nome, lo diventarono anche di fatto. Perché, alla mezzanotte della notte tra il 19 e il 20 settembre, entrò in vigore la legge Merlin che, approvata sette mesi prima dal Parlamento, decretava l’abolizione dei bordelli. Davanti a molti lupanari si festeggiò, con falsi funerali, la morte della prostituzione di Stato, mentre all’interno i clienti abituali si godevano (non senza una certa ressa) l’ultima notte di un mondo che sarebbe sopravvissuto solo fino alle 23.59. Alla mezzanotte del 20, anniversario della presa di Porta Pia, tutto doveva essere finito: le “aziende” liquidate, le “signorine” licenziate.

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La chiusura dei postriboli segnò non solo la fine di un’epoca, ma anche quella di una storia millenaria. Le case di piacere, strutture dove esercitare il mestiere più antico del mondo, in Italia esistevano infatti sin dall’antica Roma: si chiamavano “lupanari”, perché in latino il popolo indicava le prostitute come “lupe” (un termine poi ripreso da Giovanni Verga ne “La lupa”). Per altri 1.850 anni tutto continuò a svolgersi senza scossoni: lo Stato continuò a disinteressarsi di quello che succedeva all’interno dei postriboli, dove gli affari andavano sempre a gonfie vele anche in tempo di crisi e carestia.

 

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