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Aperisushi Milano centro racconto erotico

Aperisushi Milano centro

Io e la mia dannata passione per il sushi. Ne vado matta da che ero ragazzina, quando mio cugino Edoardo, di cinque anni più grande di me, mi fece provare un maki al salmone e avocado. Da allora quel gusto così raffinato e particolare mi è rimasto letteralmente tatuato nel cervello, registrato, immagazzinato senza redenzione. E sì che non sono stata mai tanto abbiente da potermelo permettere nei migliori ristoranti, anche perché si sa, Milano costa, ma mi accontentavo anche dei ristorantini da poche decine di euro, e pace se la qualità non era delle migliori, ma almeno potevo gustarne quanto ne volevo. La mia gioia più grande è stata quando hanno iniziato ad aprire anche da noi i ristoranti con formula “All you can eat”, una gioia. Ho iniziato a rimpinzarmi seriamente di sushi, ormai è quasi una dipendenza. E così, anche quando viaggio, tendenzialmente cerco di mangiare in un ristorante pseudo-nipponico, che poi quelli più a buon mercato offrono un ventaglio di scelta tra cibo cinese e giapponese. Mai però avrei pensato che per colpa del sushi sarei finita in una storia che solo a raccontarla sembra pura fantasia, e invece è assolutamente reale.

Per dire quello che è successo ormai un mesetto fa, però, devo prima fare una piccola premessa, un preambolo, un salto temporale. Io e il sesso siamo stati sempre ottimi amici, alla lontana però. Non sono una tipa che può essere definita una bomba sexy, tutt’altro. Sono piccolina, ma non brutta ecco, mi hanno sempre definita carina, come la sorella di Barbie, la sfigata Skipper che non si fila mai nessuno degli amici della sorella, logicamente attratti dalle mega tettone della più formosa e maggiore delle due. E così la piccola biondina, piatta come una tavola da surf, cerca sempre di attirare l’attenzione, ma resta sempre ad aspettare sulla battigia mentre gli altri, sorellona trombabile inclusa, si fanno i gran cazzacci loro. E io sono sempre stata così, la verità, cari miei, è proprio questa. Almeno fino al mese scorso. E ora passiamo a raccontare le vicende che mi vedono come involontaria protagonista.

Ebbene, dicevo che un mese fa mi trovavo in quel di Milano. Il motivo? Non che sia importante, ma comunque dovevo fare un colloquio di lavoro, faccio la grafica free lance e il colpaccio era un’azienda che mi aveva contattata per una collaborazione duratura. Ero contentissima, figuriamoci, un’occasione da non perdere; e così, valigia minimal e tante speranze, sono partita. E al mio arrivo il problema era la cena. Diciamo le cose come stanno, avevo i soldi contati, mica potevo andare in quei ristoranti da fighetti. Ma devo dire che Milano offre grandi opportunità, trovi davvero di tutto per tutte le tasche. E così, un po’ per curiosità, un po’ per necessità, alle 19 mi sono avventurata lungo i navigli. Un caos che poche volte avevo visto. I locali erano strapieni di ragazzi che facevano l’aperitivo. Ragazze bellissime, tiratissime a lucido che nemmeno in TV le vedi così fighe. Vestite di tendenza con capi firmati, emanavano un profumo che aleggiava sull’acqua del naviglio. Delle volte mi sentivo davvero sfigata e goffa. Io così piccoletta e loro stangone di un metro ottanta senza tacchi. Ma pace, questo è. Dicevo, avevo una certa fame e la sera, inesorabile come una mannaia sul collo, mi diceva che mi stavo attardando troppo. Poi la svolta. La svolta in un vicolo dove campeggia un’insegna: sushi. Wow. Era quello il mio posto. Senza nemmeno pensarci mi infilo dentro e mi siedo. Tutto normale. Ordino. Un cameriere belloccio mi porta un primo vassoio. Mangio con un velo di ingordigia, poi mi ravvedo e penso “che figura di merda!”. Poi continuo a ordinare. Parolina magica, “all you can eat”, e io posso mangiare davvero tanto. E poi ho ho bisogno di andare in bagno e chiedo al bel cameriere dove devo andare.

Mi indica una scala. Inizio a scendere e mi imbatto in un ambiente davvero singolare. Salottini dorati con sedute molto basse, tavolini di vetro sorretti da zampe a forma di dragone, lampade in stile liberty. La luce era soffusa e il bagno era l’ultima cosa che ti veniva in mente stando li. Ecco che trovo la porta di legno scuro con su scritto “Toilette”. Bene. Risalgo, pago il conto e vado via. L’indomani torno lì per la cena. Questa volta però noto qualcosa di diverso. Fuori, nella lavagnetta, c’è scritto: Speciale Aperisushi. Entro, ma a guardare così sembra tutto uguale, solo che da sotto arriva un certo brusio. Vado in bagno. I salottini sono gremiti di ragazzi e ragazze. Mangiano sushi e bevono. Ah, ecco, era propri come pensavo, ad alcuni piace fare un aperitivo così, stravaccato a scambiarsi effusioni. Certo, diciamo che era singolare il tutto, ma comunque nella norma, magari erano coppie non troppo riservate che amavano scambiasi effusioni in pubblico. Poi però vedo una porta, una porta da cui filtra una luce rossastra. E come fare a non sbirciare? Io che poi sono curiosa di natura. Mi avvicino e ficco un occhio dentro. Cazzo. No, non cazzo come esclamazione, cazzo proprio, ho visto un bel cazzo, grande, perfetto, che si agitava dritto davanti al mio naso. Ritiro l’occhio dalla fessura e un giovane asiatico mi sorride. Imbarazzo a bestia. Mi sento una merda piccola piccola. – Se vuoi vedere meglio entra dentro. – Mi fa lui sorridendo. Ok, io penso che la prima cosa da fare è chiedere scusa, girare le spalle e andare via, e invece no! Entro, io entro capito? Come se le mie gambe mi portassero dove volevano loro, incuranti del mio imbarazzo. L’asiatico mi accompagna in un quella che è una stanza del tutto simile a quella precedente. Anche qui salottini bassi e dorati, pareti tappezzate di rosso, mobili ebano. Ma quello che è davvero singolare è che qui l’aperitivo si fa nudi. Uomini e donne son sdraiati con una certa lascivia sui divanetti lucidi. Si scambiano effusioni, si accarezzano, si leccano, si scopano. Uno scopa una nel culo, mentre a sua volta viene inculato da un altro. Sono sbalordita. – Spogliati. – Mi dice l’asiatico. Ovviamente non ci penso nemmeno, e mentre penso che non ci penso proprio, sono già nuda. Ed eccitata. L’asiatico mi prende per mano e mi porta su un divanetto. Inizia a baciarmi le tette. Io mi irrigidisco, ma lui è così bravo che mi massaggia le spalle mentre mi fa sedere su di lui. Mi accentra sul suo cazzo duro e mi massaggia. Sembrano massaggi shiatzu perché mi fa delle pressioni sul collo che, porca miseria, non solo mi rilassano, ma mi fanno venire voglia di essere scopata. E porca miseria sembra che lui lo sappia perché mi dà proprio quello che voglio. Mi impala col suo pene. Poi inizia a muovermi con una mano, mentre con l’altra mi accarezza le tette. Ha i capelli alle spalle, legati con una coda, e l’aria di quelli cattivi nei film di Bruce Lee. Invece non è cattivo e scopa da dio. A un certo punto, mentre noi ci muoviamo uno dentro l’altra con disinvoltura, arriva un tizio nero, muscoloso, con la pelle lucida, e penso che no, quello per me è troppo, ma no, non agisco. Il nero si china e mi infila un dito nel buchetto del culo mentre l’asiatico continua a scoparmi.

Che storia. Attorno a me tutti fanno sesso. Il sottofondo è fatto di mugolii di piacere. Ogni tanto si sente il suono sordo di una sculacciata sulle natiche di qualcuno, o qualcuna. Io però sono impegnata a godermi il mio orgasmo imminente. L’asiatico mi muove ancora un paio di volte, a otto, sul suo cazzo. Sento il morbido del suo pube che contrasta con il suo cazzo duro e rigido che sento dentro di me. Godo. Come non avevo mai goduto prima, e non è che non l’avessi mai fatto, al contrario, l’ho fatto con alcuni, ma non avevo mai provato nulla se non il desiderio di finire in fretta. Mi imbarazzava tutto: il mio seno piccolo, la mia statura, il mio essere così insignificante. E invece questa volta mi sentivo una grandissima porca. La più porca di tutte. Il nero continuava a fare su e giù nel mio culo e io ansimavo. Stavo anche sudando. L’asiatico mi da il colpo di grazia: con una mossa da felino mi infila il cazzo in profondità, lo sento mentre sbatte sull’utero e non mi fa male, perché deve aver toccato quel cazzo di punto G che tutti cercano e che nessuno trova. Ma l’asiatico l’aveva trovato e io ho goduto come una pazza. Mi è scappato perfino un urletto. Dopo l’orgasmo ho bevuto un drink e mangiato sushi. E no, tranquilli, l’asiatico non mi è venuto dentro, mi è venuto sulle gambe e sulle cosce, ha bagnato pure il nero che si è leccato attorno alla bocca. Mi sono ripulita e vestita e sono andata via come se non fosse successo niente.

Non sono più tornata all’Aperisushi. Non so nemmeno io perché, anche perché poi, alla fine, è stata una gran figata. Sono ripartita senza tornarci più. Ah il colloquio è andato bene, a giorni mi trasferirò a Milano. Forse tornerò, allora, a vedere se l’asiatico è sempre lì.


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