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Cercasi segretaria amministrativa

Cercasi segretaria amministrativa

Sono una donna normale, so che dovrei occuparmi maggiomente di me, ma non ho ne i soldi ne il tempo per farlo. Sono separata da un paio d’anni ormai e gli iniziali entusiasmi per una nuova vita mi hanno abbandonato da un pò.
Ero rimasta sola con un figlio di 8 anni, avevo disperatamente bisogno di un lavoro, il mio ex marito mi aveva sempre versato gli alimenti ma poi la sua azienda iniziò ad andare male e adesso l’assegno non sempre arriva.
Sapevo che stava davvero male ed ero anche preoccupata per ciò che nostro figlio vedeva in lui. Un perdente, uno sconfitto, sotto tutti i punti di vista. Dovevo trovarmi una fonte di reddito, e dovevo farlo subito.
Iniziavo ad avere paura. Ho 40 anni, in parte mi aiutà mia madre, che vivendo della pensione non può fare più di tanto. Si è detta disposta a tenermi Marco se trovassi un lavoro e già questo e un grande vantaggio.
Mia Madre è una donna molto severa e a lui un pò di disciplina non gli fa male, visto che data la situazione io tendo a viziarlo.
Sono uscita con qualche sfigato come me e il mio scoramento non è certo uscito migliorato. Mi piacciono gli uomini, anche parecchio. Con mio marito andava tutto bene, anche il sesso.
Poi, come spesso capita, con quei quattro soldi che pensava di avere in tasca, ha trovato un ragazza moldava che gli ha fatto vedere le cose dal suo punto di vista e la separazione è arrivata inevitabile. Un classico.

Oggi la moldava s’è trovata un altro pollo e lui è solo come un cane. Non riesco a odiarlo. Mi fa pena che è peggio. Sono finita a scopare con qualche uomo in macchina e in motel: potevo tranquillamente starmene a casa mia. Ci sono volte in cui approfitto della solitudine e mi faccio un bel bagno caldo e mi masturbo.

Godo, e poi mi sento peggio di prima. Mi manca un maschio, ma adesso ho decisamente altre priorità.

L’annuncio mi colpì per la sua scarna semplicità “Cercasi segretaria amministrativa” Era appeso al portone di un bel palazzo in una via interna di Milano. Ci stavo passando per caso (o almeno così pensai). Rimasi ferma a decidermi se chiedere informazioni al portiere, ma non vidi nessuno. Salii per le scale e al primo piano trovai una placca su una porta con il nome di una ditta e la ragione sociale SRL. Mi guardai intorno: c’era solo quella. Suonai. Sentii dei passi avvicinarsi alla porta, passi da uomo. Mi trovai di fronte a un distinto signore, altissimo ed elegante, relativamente giovane. Fui abbagliata dalla luce alle sue spalle.

“Buongiorno, ho letto l’annuncio sul portone.” “Prego, si accomodi.”

Si scostò e mi fece entrare. Era un bell’appartamento, di quelli che non si fanno più, coi soffitti alti. Un corridoio lungo dava alle varie stanze. Lui ci si incamminò e io lo segui. Passando guardavo dentro e mi resi conto che non c’era nessuno. Eravamo soli. Ci pensai solo per un attimo, ma ci pensai. Alla fine entrò in quello che era il suo ufficio, girò intorno alla scrivania e si sedette “Si accomodi. Mi chiamo Federico S.” Mi tese la mano. “Clara G.” Dopo una breve descrizione di chi fosse lui e cosa facesse la sua società, arrivò al punto. “E’ molto semplice signora: se ha esperineza nella gestione amministrativa di una società a responsabilità limitata, se è disposta a lavorare fino alle 18,00/18,30 la sera, se non le pesa stare sola in ufficio con me e basta e se accetta un stipendio di 1000/1200 eu. al mese più ferie e il resto, può cominciare anche subito.” Ero sbalordita. In meno di 30 secondi aveva spiegato ciò che voleva da me per teoricamente un bel pezzo della mia prossima esistenza. Diretto, asciutto, pratico. Mi piacque subito. Si avvertiva da un miglio che era un uomo. Vero. Non aveva mai smesso di guardarmi negli occhi e adesso stava aspettando la mia risposta. “Ho lavorato nell’azienda di mio padre con queste mansioni. E’ stato alcuni anni fa tuttavia.” “Signora, lo deve sapere lei se sarà all’altezza del compito. Una srl ha alcuni obblighi e adempimenti. Li conosce o no?” “Penso di sì.”
“Non basta. Se non è convinta direi sia inutile provare… Magari provi a capire se…”

“Sì! Sono convinta. La prego mi faccia provare! Devo lavorare.” “Capisco, ma non penso che sia il caso di…” “Signor S, le garantisco che sarò all’altezza delle sue aspettative. Sotto ogni punto di vista. Glielo giuro.” Ci fu un lungo silenzio. Sapevo cosa stava pensando, e aveva ragione di pensarlo. Senza alcun dubbio, mi ero offerta a lui, sotto ogni punto di vista appunto. Lui mi guardò fisso in faccia, inespressivo. Ressi lo sguardo più che potei. “Mi scusi.” Si alzò e uscì dall’ufficio. Tornai a respirare. Se era uscito per dar modo di allentare la situazione dimostrava un tatto e una educazione superiore. Mi guardai intorno, approfittando della solitudine: notai una fotografia. Era stata fatta in una piscina. C’erano, tutti in costume, lui, quella che penso fosse sua moglie, e due bellissimi bambini. La moglie era di poco più bassa di lui, quindi doveva essere davvero alta; era bionda, abbronzata. Una gran bella donna. Mi sentii strana. Percepii dentro come una delusione, un senso di inadeguatezza, legato sicuramente alla sottintesa offerta che avevo appena fatto. Non potevo essere all’altezza di quella donna. Ma forse non c’era più! Pensai. Ripresi speranza, tutto in 5 secondi. Lui tornò e si sedette. “Va bene, proviamo. Ha un mese Signora Clara. Poi decidiamo. Accetta?”

Mi sentii strana, ancora di più. “Sì. Grazie signor S” Lui si alzò facendomi capire che il colloquio era finito dirigendosi verso la porta. “Questo è il suo ufficio.” Non vidi niente, ero troppo emozionata. “Bagno. Una piccola cucina.” Feci solo di sì con la testa in segno di comprensione. “Ci vediamo domani.” Non mi sognai neanche lontanamente di discutere su tempi e modi: avrei semplicemente trovato il modo, qualsiasi modo, di essere in quell’ufficio il giorno dopo.Sentii un fortissimo istinto di abbracciarlo e di baciarlo ma la porta si chiuse davanti a me. Mi girai un po’ stordita. Fu in quel momento che notai la targa sulla porta dell’appartamento di fronte – Federico S & Ornella P.

Il cuore perse un paio di battiti. Capii che la sua famiglia vivevano a pochi metri da dove io mi ero appena offerta esplicitamente a lui, per avere un lavoro. Ero sconvolta. Scesi le scale e uscii, accennando un saluto al portiere che era tornato al suo posto. Salii sul metrò e mi sedetti. Ero come un automa programmato per tornare al suo loculo di ricarica. Sapevo due cose: avevo trovato un lavoro e uno stipendio.

Il signor Federico S mi piaceva moltissimo. Altro non riuscivo a pensare. Entrai in casa e andai subito in bagno ad aprire l’acqua della vasca.

I primi giorni passarono con scambi di parole scarni, essenziali. Facevo quello che mi diceva e cercavo di orientarmi. Aveva fatto venire una signora del suo commercialista per aiutare a districarmi e a capire le procedure. Non avevo problemi, o almeno così mi pareva. Così chiesi alla donna lì con me come stavo andando secondo lei. “Vai benone. Non preoccuparti. E poi sei stata fortunata.” “Come fortunata?” “Tutte vorremmo venire a lavorare per il signor S.

A parte che è proprio un signore, è pure un figo della madonna…” “Beh, sì è indubbiamente un bell’uomo e ha modi davvero educati…” “Noi in ufficio ci bagniamo parecchio se c’è lui in giro… Il dottore dice che sembriamo uno zoo!” Ero un po’ scioccata da quella oscena rivelazione ma ne ridemmo insieme. “Non sai gli insulti delle colleghe quando il nostro Doc mi ha scelto per venire a spiegarti un po’ il lavoro.”

Sì, Federico S aveva qualcosa che attraeva le donne, era indubbio. Quando si avvicinava sentivi il cuore che aumentava i battiti e iniziavi a sudare. E aveva ragione la mia “maestra”: sentivi caldo e umido in mezzo alle cosce. Era un fatto, e discuterne non modificava lo stato delle cose. Avevo avuto modo di conoscere sua moglie. Ne rimasi intimidita profondamente. Bella come nella foto, forse di più, di una gentilezza disarmante. Non me lo aspettavo. Pensavo a quanto fossi stata stupida a offrirmi sessualmente a lui, che con quella donna nel suo letto non aveva certo bisogno di una come me per soddisfare il suo appetito sessuale. Arrivò la fine del mese e io dovetti chiedere se avevo superato il mio periodo di prova. Ero fiduciosa. Fu per questo che la risposta del signor S per poco non mi uccise dove mi trovavo. Era pomeriggio tardi. “Senta Clara, devo dirle una cosa: quando lei è venuta a chiedermi di darle il lavoro, ho forse capito male? Si è offerta per delle prestazioni sessuali?” Mi sentii morire. Le gambe mi cedettero e mi dovetti sedere. “Si alzi. Stia in piedi davanti a me.” Dopo qualche secondo trovai la forza di rispondere. “Ero disperata signor S. e sì sarei stata disposta a fare di tutto pur di avere questo impiego con lei.”

“Sarebbe o è?” Capii subito che non avevo scampo. La sua faccia, i suoi occhi, non me davano. “Sono.” Mi venne vicino e mi girò intorno, facendomi sentire piccolissima. Mi annusò come un lupo fiuta una preda. “Vada di là a cambiarsi. Troverà un paio di vestiti e delle calzature: le indossi. Si lavi bene prima, ma non le ascelle. Si leghi i capelli.” Ero come in trance. “Signor S io volev…” “Vada a cambiarsi. E se vuole tenersi questo lavoro non discuta con me.” Esegui il suo comando. Ero avvilita e piena di vergogna. Pensavo mi avesse perdonata, che non avesse capito… Che stupida illusa. Tornai da lui. Indossavo un corto, sbracciato, scollato vestitino a un pezzo solo, di vari colori e un paio di altissimi zatteroni. Ero una donna assolutamente desiderabile notai, per la prima volta da tanto tempo. Mi misi al centro del suo ufficio, con le mani giunte sul mio pube, la testa bassa. Lui mi venne vicino da dietro e mi alzò il vestito. “Tolga le mutandine e il reggiseno. Avevo detto solo il vestito.” Sibilò gelido. Mi sfilai le mutandine e mi slacciai il reggiseno, come ordinato.

Tremavo di paura. Non mi era mai neanche lontanamente capitata una cosa di questo tipo. Ero nelle mani di un uomo che, adesso avevo capito, era un maschio predatore. Ne avevo paura, ed ero al contempo eccitatissima da lui. Il ricatto sessuale al quale mi stava sottoponendo mi turbava e mi piaceva. Era stata colpa mia, e dovevo pagarne il prezzo in fondo, scusando me stessa per la inesistente resistenza. “Venga qui. Si giri.” Adesso era seduto alla sua scrivania e mi ci fece sistemare accanto, in piedi. Ero di schiena. Sentii la sua mano salirmi tra le gambe. Trovò la mia figa, già fradicia. “L’ho capito subito, signora.” Mi aprì le grandi labbra con il taglio della mano e trovò subito il mio clitoride. Emisi un piccolo grido. “Stia nel silenzio più assoluto. Non voglio sentirla emettere un suono. E non deve godere. Se lo fa la pagherà caro il suo piacere. Ci siamo capiti signora?” Feci di sì con la testa. Mi sgrillettava con due dita, indice e medio. Era bravissimo, forte e esperto. Sapeva dove premere, dove insistere. Sentii arrivarmi il piacere dalla punta dei piedi, salirmi su per le gambe. Mi appoggiai con le mani sulle gambe sopra le ginocchia, piegandomi in avanti, in una posa oscena, aperta, chiara. Mi infilò in figa il pollice, spingendomelo dentro fino in fondo, in ogni mio più intimo anfratto. Stavo venendo, non riuscivo a impedirlo. Crollai in ginocchio, a pecorina, confessando lo stato del mio piacere. Singhiozzai mentre godevo. “Scusi signor S… Sto venendo, non resisto, vengo!” Mi arrivò un ceffone fortissimo sul culo che mi piacque da morire. “Si giri.” Capii subito che voleva essere spompinato.

Mi avvicinai in ginocchio, mentre ancora sentivo la mia figa che pulsava, e gli slacciai i pantaloni che gli caddero ai piedi. Trovai ad aspettarmi un cazzo lungo, un po’ piegato di lato, con una cappella grossa, bellissima. Lo imboccai immediatamente, con voluttà. Era il cazzo del padrone. Lo pompai e lo leccai come meglio non avrei saputo fare. “Brava signora, brava… Lo sapevo che lei era una pompinara coi fiocchi.” “Sì. Mi piace, mi piace tantissimo.” Allungò un mano sul mio culo. Trovò il buco e mi infilò dentro un dito. Non lo avrei lasciato fare neanche a mio marito. Ma con lui non provai neanche a immaginarmi di sottrarmi. Gli porsi il mio culo come se fosse una cosa sua, che avevo preso in prestito e che gli stavo restituendo con tante grazie. Mi lavorò per un poco. Mi prese per le ascelle e mi fece sdraiare di schiena sulla sua scrivania. Stando seduto sulla sua poltrona prese a leccarmi la figa, ancora sensibile per il recente orgasmo. Mi allargò le gambe e ci affondò in mezzo con la faccia, con foga. Era come vedere un lupo che mangiava la sua preda. Vedevo le mie gambe ondeggiare con quegli zatteroni che su un’altra donna non avrei esitato a definire da troia. Mi trovai bella, eccitante, piacevolissimamente vacca. Godevo benissimo. Mi infilò di nuovo dentro il pollice senza smettere di leccarmi il grilletto. Stavolta però indice e medio mi entrarono dritti nel culo, facendomi sussultare. Lo sentivo che li spingeva e girava dentro di me, cercando il pollice, che stava a pochi millimetri di pelle e carne di distanza, nell’altra “stanza” del mio piacere. Mi piaceva oscenamente quel modo di possedere il mio corpo. Non avevo mai provato niente di simile. Stavo iniziando a venire ancora. Se ne accorse. Smise di leccarmi, sfilando da dentro di me le sue dita. Prese a colpirmi la figa con degli schiaffi piatti. “Non goda!” E invece più mi colpiva più io godevo… Mi portai una mano alla bocca. Vedevo gli spruzzi del mio brodo schizzare ovunque. Lui mi guardava con occhi fiammeggianti e mi colpiva. Presi a sbuffare, respirando profondamente, gonfiando le mie gote, iper ventilando come se dovessi partorire. Fu inutile. L’orgasmo mi prese tutta, scuotendomi violentemente. Gridai di piacere e di vergogna. Prese le mie grandi labbra tra l’indice e pollice delle sue mani, entrambe, e mi divaricò la figa. Mi morse il clitoride.
Emisi un ululato lungo, osceno, che finì in un grido di dolore acutissimo. Scoppiai a piangere. E scoppiai a piangere perché ero venuta ancora, come non mi ero mai nemmeno lontanamente immaginata di poter venire. “Le avevo detto di tacere e di non venire. Lei non mi ubbidisce signora.” “Non posso signor S, non posso… Non ci riesco, non resisto… La prego non mi mandi via. Starò zitta.” “E…?” “Non godo, non godo più lo giuro…” Mi rivolse un sorriso ironico e beffardo. Si alzò in piedi e mi puntò il cazzo tra le labbra della mia fighetta esausta, aprendole, arandomela. Lo usava come un grosso dito, strusciandolo tra le mie pareti di carne, sul mio clitoride gonfissimo, sensibilissimo, per le venute e per il morso. Mi sembrò di impazzire di piacere. Cercai di allontanarlo da me. “Basta, basta, la prego!”

Mi accontentò subito. Spostò sotto il suo uccello e mi penetrò di colpo, brutalmente, fino in fondo. Urlai di piacere, ancora. “Visto che non mi ascolta?” “Mi imbavagli! La prego mi impedisca di urlare! Io non ci riesco! Sto venendo, sto venendo ancora…” Un orgasmo devastante mi stordì. Lui continuava a scoparmi con un lavoro dolce e violento: il dolce era la sua cappella che giocava con il mio grilletto, il violento era il suo cazzo che mi arrivava fino in pancia con colpi possenti. Continuavo a godere. Era sempre successo: sono multi orgasmica. Ma era l’intensità, la qualità delle venute che mi devastava il corpo e la mente. Sapevo di bellissime scopate fatte da alcune mie amiche, che magari per avere un orgasmo sottoponevano il loro maschio a intere notti di sesso. Io avevo sempre avuto la fortuna di godere quasi subito e tante volte, evitando così stress a me e al mio partner. Ma non avevo mai incontrato un uomo che usava i miei orgasmi, il mio piacere, come un’arma contro di me. Iniziavo a capire cosa volessero dire le parole sottomissione, possesso, umiliazione. Erano parole che ti portavano dove mi trovavo io in quel momento. Il signor S si fermò solo un attimo: mi spinse le gambe indietro e mi ordinò di tenerle in posizione io stessa. Si bagnò copiosamente di saliva la cappella, me la puntò sul buco del culo e spinse. Sentii il mio ano che si apriva, lacerandosi. Non urlai, non stavolta. Il dolore fu tremendo, ma lentamente, non so come, passò. E iniziò a piacermi anche questo gesto, di sottomissione completa, di asservimento a un maschio che mi dominava, che non mi lasciava scampo. Ne io ne volevo, mi sorpresi a pensare. Mi entrava nel culo completamente, poi usciva e mi scopava la figa.

Non pensavo mai che avrei lasciato fare ad un uomo una cosa tanto oscena, volgare, del mio corpo. Il suo ritmo aumentò. Stava per venire. Mi uscì di dentro, scioccandomi per il trauma che l’improvvisa mancanza del suo uccello da dentro di me mi causava; mi fece scendere dalla scrivania e mi fece mettere in ginocchio davanti a lui. Pensai che volesse venirmi in bocca. Ero disgustata. Dal mio culo alla mia bocca? No! D’istinto mi misi le mani davanti alla faccia. Ma non erano quelle le intenzioni del mio padrone: mi prese per i polsi con una mano e mi sollevò. Mi ritrovai appesa a braccia levate. A quel punto prese a farsi una sega, violenta. Con un ruggito, mi sborrò in faccia, sul collo, sui capelli, sulle tette… Un getto di sperma che colpendomi quasi mi fece male. Una forza che, mi confessai dopo, avrei voluto sentire dentro il mio ventre. Finiti i fiotti, si scrollò l’uccello sulla mia faccia e mi lasciò andare come una cosa ormai inutile, usata e sporca. Si incamminò verso il bagno. Io rimasi appoggiata alla scrivania, per terra, esausta.

Completamente ignara del mio destino prossimo. Restai lì a pensare che ero stata chiavata da un uomo bellissimo e vigoroso, violento e primordiale, che scopava come un antico guerriero, come un selvaggio, che mi aveva fatto godere in maniera celestiale e infernale al tempo stesso. Ma ero anche stata ricattata, costretta. Ero, di fatto, stata violentata. Dopo alcuni secondi, ritrovando la mia coerenza (e che altro potevo fare?) pensai che se avessi incontrato il signor S in qualsiasi altro posto e per qualsiasi altra ragione, mi sarei lasciata fare esattamente tutto quello che avevo appena fatto. Gratis.

Mi alzai e andai a raggiungerlo in bagno. Gli chiesi se voleva che fossi io a lavarlo sotto la doccia. Come doveva fare una schiava.


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