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scopata manicomio

Giovanna la pazza

Arturo se le scopava tutte, ma per Giovanna aveva un vero debole. Pazze le chiamavano, anche Giovanna. Erano rinchiuse nella sezione femminile del manicomio della città. Alcune stavano li da diversi anni. Avevano dai 16 ai 60 anni, ma quelle più anziane non riuscivano quasi a muoversi dal letto.

Giovanna era rinchiusa da poco più di due anni. Apparentemente non aveva nulla che non andasse, e forse, a detta di alcuni infermieri, era li perché scomoda per la sua famiglia, una ragazza ribelle che non si conforma alla volontà paterna, che mette in imbarazzo i parenti e che è rimasta incinta a 16 anni o diventa suora o viene rinchiusa. E di suore in famiglia ce n’erano già due, non era rimasta che la seconda soluzione. Aveva vent’anni, capelli castani lunghi fino alle spalle, legati in una coda che sembrava unta con olio d’oliva. Pelle chiara, qualche livido, ma del resto che vuoi, gli inservienti non potevano essere sempre gentili e pazienti con tutto quello a cui dovevano pensare dentro a quel manicomio. E sognava Giovanna, sognava di correre fuori nel giardino, ché un quadratino d’erba si riusciva a vedere attraverso la grata. C’erano papaveri e fiorellini bianchi e quando c’era il sole arrivava a sentire perfino il profumo.

La sua stanza era un cubicolo angusto, ma aveva il privilegio di dormire da sola e non dover condividere la camera con nessuna, ma ovviamente tutto a un prezzo, e il suo era quello di dover accettare le voglie di Arturo.

Arturo era un infermiere. Lavorava li da una quindicina d’anni da quando era un ragazzino ossuto rimasto orfano di madre troppo presto. Gli zii avevano voluto trovargli un lavoro prima che finisse alla deriva, ma quel trauma, quella perdita avevano lasciato un solco nel suo cuore e nel suo cervello, e allora per colmare quel vuoto incolmabile doveva scopare, doveva scopare con tutte le donne che riusciva a portarsi a letto. Quelle dell’istituto se l’era fatte tutte, belle o brutte che fossero, chi se ne frega, le sdraiava sul letto e se proprio le trovava orrende le girava di schiena e se le inculava a sangue, tanto la maggior parte di loro non sarebbe stata in grado di raccontare niente. Ma Giovanna non era così, lei scopava e sognava il principe azzurro, quello che non sarebbe passato mai a rapirla da quel brutto posto e portarla via con sé, niente lieto fine. Solo il cazzo caldo e duro di Arturo che del principe azzurro aveva ben poco.

Ogni volta che la voleva scopare entrava in camera sua, con la luce spenta. Lei docile attendeva. Pochi preliminari, ma almeno con lei qualcuno valeva la pena di sprecarlo, mentre con le altre Arturo passava subito al sodo, le sbatteva sul letto fino a che veniva e a qualcuna veniva pure dentro, tanto caso mai fossero rimaste in cinta i bambini si potevano dare via o potevano farle abortire senza problemi. Ma con Giovanna si poteva anche perdere tempo per qualche bacio, qualche carezza, qualche manovra con le dita alla ricerca di un’intimità distorta che non aveva mai conosciuto le prime carezze fatte con amore o il batticuore adolescenziale che si prova con il primo ragazzo. Giovanna aveva conosciuto subito il maschio porco, e non era rimasta incinta del suo amore, era stato suo cugino a farsi la punta con lei, la sua prima scopata, e con grande perizia le era venuto dentro mettendola incinta e da li lo scandalo. Ma se a Francesco non era stato né detto né fatto nulla, la lettera scarlatta fu appiccicata addosso a Giovanna, e la soluzione era stata il manicomio.

E Arturo aveva puntato fin da subito la sua preda, la sua carne fresca che aveva occhi ben più vivaci di quelli delle altre. La prima volta che le si era avvicinato lei aveva provato a respingerlo, ma subito dopo aveva ceduto, consapevole che tanto resistere non avrebbe portato a nulla, avrebbe potuto scamparla quella volta, ma poi sarebbe comunque riuscito a prendersi quello che voleva. Ma poi c’era stato l’elettroshock. Dopo di quello Giovanna aveva smesso di essere quello che era e infondo ad Arturo un po’ spiaceva perché quella repulsione che lei provava per lui anche se si lasciava chiavare lo eccitava da morire. Bastava guardare i suoi occhi pieni di disprezzo per farglielo diventare duro come una pietra. Dopo l’elettroshock era diventata come una bambola gonfiabile di carne, calda e morbida, ma priva di ogni lume. Era stato da allora che Giovanna era diventata remissiva e gli lasciava fare tutto ciò che voleva, senza un lamento, senza nemmeno una minima resistenza.

Le toccava la figa che non si inumidiva, Giovanna non si eccitava, era impassibile. Allora Arturo doveva sputarsi la mano e inumidirsi il cazzo per farlo entrare senza attrito nella sua vagina. Poi procedeva con calma, senza fretta, tanto non c’era nessuno che avrebbe potuto obiettare qualcosa. Pompava e pompava fino a che gli sembrava di scoppiare. Provava a baciarlo quel viso bello, avrebbe voluto ancora vedere quella rabbia negli occhi, ma doveva accontentarsi di leccare qui piccoli capezzoli turgidi, di palpare i seni sodi e inutili, seni che mai avrebbero allattato un bambino.

Ma era comunque sempre meglio di scoparsi Paolina. Quella era proprio andata, però faceva dei pompini favolosi. Sicuramente non aveva nemmeno un’idea di quello che stava facendo, ma lo faceva bene e ad Arturo non serviva sapere altro. Era brutta come un piatto di cozze andato a male, ma nella sua follia aveva uno sguardo vivace e vivo che Giovanna non aveva più. Paolina dondolava seduta sul letto con la bambola di pezza, la cullava. Aveva avuto un bambino una volta, ma era morto  un paio di mesi dopo la nascita, era stata lei a ucciderlo, e da quel momento era entrata in un mondo tutto suo, completamente alienata dalla realtà. La sua famiglia, sconvolta, non aveva voluto saperne più niente. E Arturo le accarezzava il viso da bambina, le cantava una canzoncina e poi si sbottonava la braghetta. Lei sapeva che doveva infilarsi il serpente in bocca e succhiarlo come si succhia un buon gelato. Ed era veramente brava. Aveva una ritmica dei movimenti pazzesca, sembrava esattamente sapere quando Arturo stava per venire, e allora rallentava un po’ per prolungargli il piacere. Ma Giovanna non era più in grado nemmeno di fare quello. Lei era una bambola di pezza con lo sguardo perso nel vuoto che si lasciava scopare tutte le volte che Arturo aveva voglia. Scostava le morbide cosce bianche, sfilava le mutande logore e annusava il suo sesso. Qualche volta gli piaceva anche leccarla, ma ugualmente Giovanna non batteva ciglio, non aveva alcuna reazione. A lui però piaceva perché quella figa con i peli disordinati, una nuvoletta morbida e riccioluta, profumava sempre di sapone perché Giovanna non aveva perso il piacere della pulizia. Ogni giorno si lavava con cura, per quanto nell’istituto fosse possibile.

Leccava quella vagina calda e tenera, infilava la lingua alla ricerca del clitoride, ma Arturo sapeva benissimo che era tutto inutile perché la ragazza non si eccitava. E allora si incazzava e se la prendeva con lei pur sapendo che colpe la poveretta non ne aveva. Le dava delle grandi sculacciate sulle chiappe gelatinose e il cazzo gli si induriva all’istante. E allora mollava la figa e glielo infilava di corsa. Qualche volte glielo infilava anche nel culo, tanto per lei poco cambiava. La metteva in posizione alla pecorina e l’afferrava per la codina unta: “Godi troia, dillo che godi, vero?” Ma Giovanna non diceva nulla.

E allora Arturo continuava a scoparla con violenza quasi a volerle fare male per ridestarla da quel torpore che l’aveva posseduta. Ma era tutto inutile perché le sedute di elettroshock sarebbero continuate e di Giovanna restava sempre meno. Fino a quando avrebbe potuto resistere? E allora Arturo cercava di trombarla più che poteva, quasi fosse conscio che prima o poi avrebbe perso il suo giocattolo.

L’ultima volta che aveva scopato con lei era accaduto qualcosa di strano. Come tutte le altre sere Arturo era entrato nella sua stanza. Giovanna era supina sul letto. Arturo le aveva sbottonato la vestaglina a fiori e le aveva estratto delicatamente i seni. “Se solo dicesse una parola”, pensava. Sprofondò la faccia tra quelle piccole tette e con le mani cercava di farsi largo tra le sue cosce. Le tolse le mutande e si mise a leccarle le grandi labbra. Le succhiò il clitoride e le infilò dentro il dito medio. Lei non si muoveva. Le infilò il cazzo, ma quella sera con garbo, non era violento. Quella sera la scopò come si scopa un’amante, non una bambola. Quella sera le accarezzò il viso. Quella sera una lacrima scivolò lungo le guance di Giovanna. Arturo non se ne accorse.

L’indomani la ragazza fu trovata impiccata alla trave che sorregge il lampadario. Si lasciava penzolare morbida come un fantoccio, era diventata per sempre una bambola. Aveva legato il lenzuolo e si era impiccata. Nessuno avrebbe mai pensato che una piccola parte della sua coscienza potesse, per un qualche caso, riaffiorare. Ma era accaduto, e ora Arturo non avrebbe più potuto scopare Giovanna la pazza, avrebbe dovuto ripiegare sui pompini di Paolina, ma di certo non era a stessa cosa.


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