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prostituta transessuale

Ingrid il trans

“Vattene frocio”, “Sparisci cazzo moscio”, “Femmina malriuscita”. Questo e molto altro mi sentivo ripetere fin da bambino. Sono nato così e non posso farci niente. Anzi, non voglio farci niente perché ora ho accettato la mia natura. Sono gli altri che dovrebbero imparare ad accettare me.

Sono nato maschio 34 anni fa. Mia madre mi aveva chiamato Lorenzo. Tutto sembrava nella norma, eccetto per il fatto che ero sempre stato un pochino gracilino, non mi stavo sviluppando con un fisico robusto come nell’immaginario collettivo sono i maschietti, ma nulla di che. A 3 anni giocavo con le macchinine – dicono – io non lo ricordo bene. A 5 preferivo le bambole di mia sorella e man mano che crescevo sviluppavo una certa sensibilità. Piangevo spesso, al punto che iniziarono le prime prese in giro. “Piangi come una femminuccia”. Questa era la frase che mi sentivo dire più spesso e non solo da bambini un po’ stronzetti come ce ne sono tanti in tutte le scuole, ma da mio padre e da mio fratello. Mia sorella, invece, mi prendeva sempre in braccio e mi asciugava le lacrime, cosa che non faceva mia madre, forse per timore di fare qualcosa di poco gradito da mio padre.

Mamma era una donna buona, ma molto succube del marito. Mio padre, un uomo volitivo e despotico, teneva le fila della famiglia. Aveva sempre comandato tutti e su tutti. Si faceva quello che diceva lui e non c’erano altre vie. Io mi sentivo incompreso, intimorito e schiacciato da questa figura così opprimente e alla quale mia madre non osava opporsi. Quando tornavo da scuola triste e sconfitto, mio padre per tutto incoraggiamento mi mollava uno sganascione giusto per ribadire il concetto che non dovevo farmi prendere per il culo dagli altri bambini. Avrei preferito mille volte una semplice pacca sulla spalla, uno sguardo di conforto, due parole di incoraggiamento, e invece c’erano solo botte e biasimo, e sguardi furtivi di mia madre che tradivano una sofferenza repressa.

Ero il più piccolo dei miei fratelli ed era toccato a me essere il diverso Alle scuole medie iniziai a sentire davvero un netto contrasto tra quello che sentivo dentro e l’immagine che mi restituiva lo specchio. C’era una ragazzina nella mia classe, Lisa, che mi aveva accarezzato il cuore. Accadde come spesso accade tra compagni di classe che ti avvicini a un compagno, ci studi assieme, lo vedi tutti i giorni e poi finisce che ti prendi una cotta per lui, per lei in questo caso. Ero così felice di quel piccolo sentimento che si alimentava ogni giorno. Pensavo di essere normale allora, che non c’era poi nulla di così sbagliato in me. Mi piaceva una ragazza, avevo voglia di posare le mie labbra sulle sue, e quindi andava tutto bene.

Lisa era una ragazza dolcissima Aveva grandi occhi blu e lunghi capelli biondi. Ma non era tanto per il fatto che era davvero carina, quanto per come si relazionava con me sempre gentile, sempre con una dolcezza che mai, eccezion fatta per mia sorella Stefania, avevo vissuto. Accadde che una sera di fine anno, pochi giorni prima della notte di San Silvestro, uscimmo a fare una passeggiata in piazza. Avevamo 14 anni. A un certo punto mi fermai sotto i portici. faceva un freddo che non potevi nemmeno pensarci di levare i guanti. Le sollevai il mento e la baciai. Pensavo che quel bacio mi avrebbe aperto un mondo, che avrei sentito le campane suonare e gli uccellini cantare. Invece fu solo una grossa delusione. La sensazione della sua lingua che sfiorava maldestramente la mia mi aveva quasi procurato il vomito. Ma cercai di abbozzare perché non volevo che Lisa ci rimanesse male, le volevo un bene dell’anima, ma ora avevo capito che quel bene non era un’infatuazione, era una forte amicizia.

Piombai nella tristezza assoluta e passai un Capodanno di merda. Alla solita cena tra parenti c’era chi si vantava di aversi scopato non so quante ragazze e chi sfogava il suo testosterone in bagno leggendo fumetti piccanti, come faceva sempre mio zio Cesare (l’avevo beccato una volta seduto nel cesso a masturbarsi mentre leggeva un fumetto erotico).

Finì la scuola e io presi la licenza media. Mi iscrissi al Liceo Classico, pensavo che forse, li, avrei trovato meno cretini con cui avere  a che fare quotidianamente. Ovviamente no fu così. Dal primo giorno di scuola fui bollato come checca sia dai maschi che dalle ragazze, anche se queste di solito si limitavano a una risatina compassionevole. Col tempo però iniziai anche io a farmi degli amici. Nella mia classe avevano capito da che parte tirava il vento per quanto mi riguardava e ormai, dopo sei mesi di scuola, era per tutti loro, maschi e femmine, una cosa normale. Quello che invece trovavo ancora difficile era passare indenne la mezz’ora della ricreazione quando tutto l’istituto si riversava sulla strada per fare la merenda del mattino e venivo preso in giro ogni giorno. Ormai avevo smesso di reagire, facevo finta di niente, andavo a comprare il mio panino e mi mettevo nella mia panchina sotto il sole, oppure tornavo in classe a ripassare, sarebbero stati cinque anni molto duri. E lo furono. Nel frattempo mio padre si era ammalato e nel giro di nemmeno un anno dalla diagnosi della sua malattia era morto. Fu per me un vero sollievo. Finalmente avrei potuto vivere la mia diversità in santa pace almeno a casa.

Dopo il suo funerale ripresi ad andare a scuola, era l’anno della maturità e mi diplomai con ottimi voti. Avevo deciso di frequentare l’università lontano, in un’altra città. Avevo da parte alcuni risparmi, un’altra parte me la diede mia madre. Partii felice di lasciare tutta quell’ignoranza di merda. Arrivai nella nuova città e mi trasferii nel mio nuovo appartamento. Avrei dovuto condividerlo con Mario, un ragazzo del sud. Mario aveva un temperamento sanguigno, ma era verace, una brava persona. Si accorse subito della mia diversità e mi accettò per com’ero, ma solo dopo aver messo bene le mani avanti che lui non aveva certi gusti, ma lo fece ridendo e finì che diventammo praticamente inseparabili.

Intanto avevo maturato l’intenzione di iniziare un percorso di interventi alla ricerca della mia vera personalità. Avevo iniziato, finalmente libero, a vestirmi da donna. Avevo comperato reggiseni imbottiti e abiti femminili, una lunga parrucca bionda che mi ricordava Lisa e dei trucchi a buon mercato. All’inizio i risultati furono grotteschi, penso che perfino per il sentimento del contrario di Pirandello sarei stato troppo. Col tempo però iniziai a trovare una forma accettabile. Di giorno ero Lorenzo, di notte mi trasformavo in Ingrid e andavo a divertirmi nei locali. Quello è stato il periodo più bello della mia vita. Iniziai finalmente ad avere una vita sessuale piuttosto attiva. Non mi vergognavo di quel pezzetto di carne piccolo e impaurito che avevo tra le gambe perché la verità è che a molti piaceva.

Ormai però stavo finendo le risorse finanziarie e così Alessia, un trans che avevo conosciuto in un locale, mi iniziò alla prostituzione. Da prima non fu molto piacevole, io non concepisco il sesso a pagamento, ma poi iniziai a prenderci gusto a vederlo come una sorta di terreno dove allenarmi. Ogni volta era una scopata diversa. Ovviamente io ero passivo perché con quel cosino mal riuscito dove volevate che andassi? Oh sì certo, qualcuno ci prendeva gusto a giocarci, a guardarlo come se fosse un piccolo alieno posato sul mio pube.

Ma la verità è che prenderlo nel culo mi piaceva. Mi piaceva soprattutto a novanta gradi, soprattutto quando me lo infilavano con una certa movenza selvaggia. Così era stato con Christian. Lui era un ragazzo tendenzialmente etero, ma che ogni tanto aveva voglia di una marcia in più. Ci vedevamo circa due volte al mese. Era poco più grande di me e aveva soldi da far schifo. Mi piaceva scopare con lui perché era rude al punto giusto e perché mi leccava il mio piccolo cazzetto con una passione che quasi mi diventava duro. Poi mi strappava letteralmente i vestiti di dosso e mi inculava di cattiveria. Io godevo, anche quando mi afferrava lo scroto e lo restringeva fino quasi a farmi male. Ma era quando indossava il cock ring che mi faceva impazzire. Gli faceva diventare il cazzo enorme, gonfio e duro, cattivo come piace a me e la scopata durava molto di più. Mi piaceva anche succhiarglielo, il suo bellissimo cazzo.

Poi c’era un altro ragazzo, Santino. Lui era ispanoamericano, venezuelano. Era piccoletto, ma aveva un mostro in mezzo alle gambe. Con lui il sesso però era più delicato. A Santino piaceva farsi coccolare ed ero io a condurre il gioco. Ci vedevamo una volta ogni tanto, senza un vero appuntamento fisso, ma lui non era gay, lui aveva una donna, tra l’altro molto bella, ma aveva voglia di cazzo ogni tanto.

In 4 anni di università riuscii non solo a mantenermi, ma anche a mettere via qualcosa per pensare al mio futuro. La domanda che mi ponevo ultimamente era se tenermi il pisellino o se fare l’operazione. Alla fine decisi di tenerlo, ma feci comunque un intervento perché volevo avere il seno. Nulla di che, una modestissima seconda che ben si adattava al mio corpo. Oggi finalmente mi sento una persona completa, ho un compagno e sono, se non felice, sereno.


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