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La casalinga frustata racconto erotico

La casalinga frustata

Non volevo fare la casalinga. Punto. Ho studiato sempre. Ero pure brava. E poi, guarda qua, finisco a stare in casa. Psicologia. Ho studiato anche psicologia, e non mi sono accorta di aver sposato un coglione se non dopo averlo sposato. Che idiota! Ci siamo conosciuti l’ultimo anno di facoltà. Mi mancavano solo due esami e uno stavo per darlo proprio il giorno che ho conosciuto Ivan. Dio quant’era bello. Capelli neri alle spalle, pizzetto e grandi occhi azzurri, un sorriso che ti bloccava il respiro. E io lì, in fila al bar, con lo scontrino in mano che lo fisso mentre si accende una sigaretta. Ha le spalle appoggiate al muro e una gamba piegata, giubbino in pelle gettato a caso su una spalla e una pila di libri a terra. – Ti serve qualcosa? – Mi aveva detto senza nemmeno troppo garbo. Era iniziato tutto così. Poi una sera in pizzeria, poi una sera in discoteca, poi a casa a preparare un esame assieme, o meglio, io avevo aiutato lui, poi davanti al camino acceso con la cioccolata, poi. Poi niente, ci siamo sposati, e forse è stato proprio quello il male perché lui è cambiato in un modo che nemmeno io riesco ancora a spiegarmi.

Perché lui era pieno di voglia di fare, si era laureato con 108, non brillante come il mio 110, e magari pure quella era stata una prima crepa.

La vita a casa all’inizio non era così brutta. Lui era premuroso, mi aiutava con le faccende e mi coccolava. Era pieno di attenzioni per me, dai fiori, al pupazzo, al bigliettino. Cosa si poteva volere di più? Uscivamo ogni fine settimana, si andava a vedere posti nuovi, a scoprire angoli di grande bellezza, sia vicini che lontani. Lui aveva iniziato a lavorare per la polizia, io ancora non avevo preso in mano il mio futuro perché il matrimonio e l’organizzazione della casa avevano occupato tutte le mie energie. – Ci sarà tempo –  pensavo, ma non avevo idea che quello sarebbe stato l’inizio del baratro nella monotonia del quotidiano. Eravamo sposati da quasi un anno quando gli dissi che mi avevano contattata per una collaborazione con uno studio privato che si occupava di consulenze. Mi avrebbero dato 800 euro per cominciare e dopo un paio di mesi, se le cose fossero andate bene, avremmo discusso di una paga più congrua. – No. – Disse. Lapidario, perentorio. Con quel no stava mettendo un macigno sui miei sogni e sui miei progetti. – Perché no? – Risposi io. – Perché lavoro io, quello che guadagno ci basta perfettamente, abbiamo anche diverse rendite, lo sai, potremmo anche non lavorare volendo. No, non se ne parla, voglio che ti occupi di noi, della casa, di me, di te, e dei nostri figli quando arriveranno. –

I bambini arrivarono. I primi due arrivarono assieme e furono al contempo una gioia e una valanga di emozioni. Il terzo arrivò tre anni dopo. Ho avuto molto da fare in questi anni. Tre maschi non sono uno scherzo, di cui due gemelli. Li ho allattati tutti, nonostante lui al terzo mese avrebbe voluto farmi smettere perché anche lui voleva succhiare le mie tette, non solo i bambini. Ma io ho continuato fino a che mi è parso giusto. Nonostante fossi stremata. Nonostante fossi sempre sola e sempre più stanca. Passavo tutto il giorno da sola con i bambini, fino a che ebbero l’età per andare al nido, ma nemmeno allora volle farmi lavorare. Io ci speravo tanto, mi dicevo, beh, ora che i bambini vanno al nido ho più tempo e almeno un part-time posso farlo. Ma lui niente. Aveva iniziato da subito a pretendere il suo sesso. Voleva che lo accontentassi, perché lui era mio marito. Infondo i bambini dormivano, mica se ne sarebbero accorti. Io al principio ero ancora innamorata di lui, nonostante tutto. Adoravo il suo modo di leccarmi la figa, nessuno era mai stato così bravo come lui. Mi eccitava quando mi penetrava da dietro e mi mordeva il collo dicendomi “Sei solo mia!”. E io ero fiera, andavo orgogliosa del fatto di essere solo sua. Che fortuna –  pensavo – quell’uomo bellissimo amava solo me. Quando tornava a casa si faceva la doccia, mi faceva addormentare i bambini e mi buttava sul letto con quel suo fare aggressivo, ma che a me eccitava da morire. Mi sculacciava perfino, e io ridevo a voce bassa per non svegliarli. Ma alla lunga la cosa stava diventando davvero opprimente.

Ogni giorno ero sempre più triste. Ero perfino ingrassata. Lui si era allontanato da me e non escludo abbia anche avuto delle relazioni, ma non l’ho mai scoperto. Tornava a casa sempre più burbero e sempre più tardi. Io passavo sempre più ore da sola ora che i bambini andavano tutti e tre a scuola. I bambini. Vivevo solo per loro, non mi restava altro. Poi una sera Gisella mi aveva chiamato dopo anni che non ci sentivamo.

– Tesoro, sono in città oggi, cosa ne dici se ci vediamo per un caffè? Sono passati così tanti anni! –

Certo che avevo voglia di vederla, era stata la mia migliore amica. Uscimmo per un caffè, parlammo, ridemmo, e ritrovai in poche ore la mia aria sbarazzina, quella voglia di scherzare e di raccontarci le cose che da anni avevo perduto. Le ore passarono troppo in fretta, ma avevo capito che la mia vita non poteva più essere la merda che era diventata. Quel giorno presi la decisione più importante della mia vita: volermi bene. E punto! Dall’indomani la mia pagina Facebook prese a essere blindata. Off limits. Il lupo doveva stare fuori. Da lì a Badoo e altri social fu breve. Ma Gino non l’ho conosciuto in rete. Gino. Giorgino si chiama, ma lo chiamano tutti Gino, e fa il tecnico. Mi si era rotta la caldaia e così avevo cercato un tecnico e tac! Gino si presenta a casa mia. Non bellissimo, direi, ma con una carica sessuale che ti lasciava con un sorriso tipo paresi. Non era di certo timido Gino. Era stato lui a sorridermi per primo, io ho solo seguito. Ero così triste, sola e annoiata. Avevo voglia di voltare pagina, di fare qualcosa di completamente diverso dal solito, avevo voglia, si dai, lo dico, avevo voglia di una di quelle scopate memorabili. Anche Gino mi voleva, potevo percepirlo senza troppi dubbi. Mi fissava le tette mentre armeggiava col cacciavite.

– La caldaia è a posto signora. – disse con la fronte che brillava di sudore. I capelli bagnati gocciolavano sulle sopracciglia. Avrei voluto baciarlo in quel momento, ma gli porsi un telo per asciugarsi. Mi afferrò la mano e mi tirò verso di sé. – Sto sognando – pensavo – ora riapro gli occhi e lui sta ancora aggiustando la caldaia. Peccato che gli occhi però non li avevo mai chiusi. Mi avvolse col suo corpo e prese a baciarmi. Mi spinse contro la parete e mi infilò la lingua in bocca. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata, avevo paura mio marito potesse tornare in anticipo, delle volte accadeva. Mi toccava ovunque e io ero eccitata come una ragazzina che si bagna le mutande al primo approccio sessuale. Gino ci sapeva fare davvero perché io mi sarei messa a urlare fin da subito. Lo portai in camera da letto e chi se ne frega se poi avrei sentito ancora il suo odore acre di sudore. Ma non volle andare sul letto, mi adagiò a terra e iniziò ad accarezzarmi con una dolcezza infinita. Una dolcezza che non sentivo più da prima di sposarmi. Mi sbottonò i bottoni della vestaglia e iniziò ad accarezzarmi i seni. Li toccava dolcemente, come fossero di cristallo, poi scostò il reggiseno e si mise a baciarli, poi a leccarli, succhiarli e io che godevo come una pazza e non mi importava più niente di mio marito, del fatto che poteva tornare. Quello era il mio momento, era la mia scopata e me la sarei goduta fino alla fine.

Ma non era ancora il momento di penetrarmi. Gino mi spogliò e si spogliò, poi prese dalla cassetta degli attrezzi una frusta in cuoio. Ma che ci faceva un tecnico con una frusta? Forse era sua abitudine scoparsi le sue clienti? Ma che importanza aveva? Stavamo giocando e ormai volevo giocare. Mi fece sdraiare a terra e iniziò a colpirmi, ma senza farmi male. Ogni sferzata era un brivido di piacere che non avrei mai immaginato. Desideravo che Gino mi frustasse ancora, e ancora, e ancora. E quando stavo per urlare, all’improvviso lo sentii che mi penetrava. Me lo infilò così, senza preavviso, duro e grosso che era! Iniziò a sbattermi e io a urlare e godevo e mi sbatteva e godevo e urlavo. E poi entrò lui, il gran cornuto. Mi venne quasi da ridere pensando a ciò che poteva pensare. E forse sarebbe stata la volta buona, mi avrebbe liberata da quella lenta agonia che era ormai diventato il nostro matrimonio. Lo guardai in faccia, dritto negli occhi con Gino ancora dentro e urlai con tutto il godimento che stavo provando.


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