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rapporto sessuale con lo zio

La cocca dello zio

– Apri la bocca puttana! – Lo aveva gridato con una voce di pancia, di rabbia e vomito. Ero terrorizzata e non riuscivo nemmeno a muovere le mandibole. Ma lo feci. Aprii la bocca e mi infilò il pene spingendo fino alla gola. Avevo paura di soffocare perché il pianto mi aveva ostruito le narici e non riuscivo a respirare dal naso. – Ah succhia bella, succhia!- Ci provavo, provavo a immaginarmi felice, in una condizione che non fosse quella, succhiando un cazzo che non fosse quello. Lo zio sapeva essere molto cattivo quando non ubbidivo, e io avevo paura, avevo il terrore che parlasse con mamma e papà.

Era cominciato tutto lo scorso autunno. Avevo appena compiuto 14 anni ed ero rimasta da sola a casa con lui. La zia era dovuta uscire per ritirare Nicolò dal nido. Niente di che, io con lo zio andavo d’accordo, non era mai stato fraintendibile nei miei riguardi, anzi, suonava la chitarra e io cantavo, le canzoni che cantano i bambini, e lui era sempre quello che animava le feste. Poi quella sera tutto cambiò, tutti gli ordini furono sovvertiti e lo zio che conoscevo io s’è trasformato nel lupo famelico che ancora oggi mi perseguita. Si era seduto accanto a me. Aveva il fiato corto e sudava. Mi aveva detto che dovevo fare un giochino con lo zio. Mi prese la mano e la posò sulla sua braghetta gonfia. Lì per lì rimasi come sospesa nel tempo, non capivo cosa stesse accadendo ed era come quando in un film ti fanno vedere il personaggio a cui sta accadendo qualcosa che si ferma e con una voce fuori campo fa tutte le riflessioni del caso al di fuori della scena. Sentivo quella braghetta diventare sempre più gonfia, come se un animale stesse spingendo da sotto. Lo zio ansimava con un alito di sigaretta che trovavo assolutamente sgradevole. Mi guardava con occhi liquidi e mi faceva schifo. Ancora oggi ho quella sensazione mentre mi fissa. Ma almeno in principio era più attento, non mi faceva male e non mi parlava come mi parla ora. Odio quando mi chiama puttana, anche se in fondo non si sbaglia.

Sai cosa, che quando ti succede che fai queste cose alla fine farne delle altre non ti sembra poi così brutto, e così ho iniziato a scopare con altri. No, non con ragazzi della mia età, faccio sesso anche con persone molto più grandi di me, e mi pagano. Mi pagano anche bene, mica solo ricariche del telefonino. Metto via tutto, metto i soldi da parte, non ho speso un solo centesimo perché quei soldi mi serviranno per sparire. Me ne vado, quando posso me ne vado. Vado lontano e cancello tutto questo schifo, tutto questo odore di sperma che ti resta appiccicato addosso anche quando mi faccio la doccia. Ma quella sera era stato lo scoglio più grosso. Lo zio mi aveva infilato la lingua in bocca e con quelle mani viscide aveva preso a palparmi le tette. Grugniva come un maiale e mi stava tutto addosso. Era caldo e mi alitava e mi faceva schifo. Smise di baciarmi e mi aprì le gambe senza tanti complimenti, ma non mi faceva male. Non ancora. Mi sfilò le mutandine e si levò i pantaloni. Non capivo più nulla, nella testa troppi pensieri si accavallavano e la paura, anzi no, il terrore che la zia tornasse a casa. Cosa avrebbe pensato di me? Cosa avrebbe detto, che ero un puttana, e ancora, di fatto, non lo ero. E i miei genitori? Che ne sarebbe stato di me? Cosa avrebbero pensato loro, così convinti di avere una figlia perfetta?

Ma la colpa non era la mia. Ora so che avrei dovuto reagire fin da quella prima volta. Avrei dovuto impedirgli di infilare il suo cazzo grosso e schifoso dentro di me, e di spingere, spingere facendomi talmente schifo da sentire nessun dolore mentre cadeva fino all’ultimo velo della mia verginità. Persi un po’ di sangue. – Non è niente – disse – Accade di norma, ora ti passa principessa. -. Inquietante come passava dalla puttana alla principessa senza nemmeno sfumare le tinte, come se la gamma di significati tra l’una e l’altra parola fossero dettagli.
Svuotò il suo scroto dentro di me, ma non era uno stupido, aveva il preservativo l’astuto zietto. Quando finì di fare quello che doveva fare mi lasciò distesa sul divano. Guardavo il soffitto e cazzo no, non era stato uno stupro perché io non avevo opposto nessuna resistenza. Io ero complice di quella specie di quasi incesto. E dopo quella volta ce ne furono molte, molte altre ancora.

Ma quell’ultima volta aveva esagerato. Mi aveva infilato il cazzo in bocca con ferocia, con rabbia. Aveva inveito contro di me, preteso che mi mettessi in ginocchio e succhiasi, succhiassi sempre più vogliosamente, come piaceva a lui. E avevo paura che tutto il suo sperma mi finisse in gola, mi sporcasse la faccia, i vestiti e quell’anima dannata che ormai non potevo più smacchiare da tutti i peccati che avevo commesso. Ma anche quella volta non ebbi il coraggio di dire no, come sempre. Mi sborrò la faccia, mi fini negli occhi e nel naso, mi sembrava di soffocare. L’odio che provavo in quel momento non è cosa che si può descrivere con le parole. – Sei diventata proprio una bella troia Susanna, una troia da scopare a sangue. – Sapevo che non era ancora finita. Lo zio aspettava il tempo necessario per ricaricarsi e riprendeva a scoparmi.

Fu così anche quella volta. Mi sollevò la gonna e mi attaccò al muro, a novanta gradi. Si masturbò per far diventare il pene ancora più duro, ancora più grosso e senza preservativo e senza complimenti me lo infilò nel culo con cattiveria. Provavo un dolore soffocante. Non era la prima volta ma non era stato mai così violento e soprattutto aveva sempre usato del lubrificante. Quella volta no, quella volta voleva punirmi per qualcosa che non so, ma il dolore era così forte che le lacrime scendevano senza freni. Cercavo di ingoiare i singhiozzi, non volevo che mi sentisse. E lui  Ah. Ah brutta porca, ah, ti sbatto troia, ti sbatto, ah… – Quelle parole mi facevano ancora pi schifo. Anche quella volta finì. Venne dentro il mio culo tanto lo stronzo sapeva che lì rischi non ne correva. Quando finì si rivesti e andò a versarsi da bere. Io avevo un dolore così forte che non riuscivo a muovermi. Mi pulii di fretta, mi rivestii e andai via come al solito senza salutare. Non ne potevo più di quella tortura. Alle 19 avevo un appuntamento. Avevo detto ai miei che sarei rimasta a casa di Giulia a studiare per il compito in classe. Salii sulla metro e arrivai al luogo dell’appuntamento con un’ora di anticipo. Decisi di passare il tempo in un bar.

Il culo mi faceva ancora male, un male fottuto. Avevo paura di sanguinare e che qualcuno si accorgesse. Entrai in bagno, era tutto a posto, solo tanto dolore. Approfittai per cambiare le mutandine. Misi un paio che avevo messo nello zaino, perizoma nero di pizzo, porco al punto giusto. Mi passai una salvietta addosso, sul culo e sulla fica per levarmi l’odore di sperma di quel maiale. Non riuscivo a camminare normalmente dal troppo dolore. Mi sedetti al tavolino, mancavano ancora venti minuti all’incontro con X. Lui era un uomo molto curato. Un imprenditore impegnato anche nella politica. Pulito, ordinato, mai una parola fuori luogo, sulla quarantina. Avevamo scopato altre due volte assieme. Un galantuomo di quelli vecchio stampo, gli piacevano le cose tradizionali, ma voleva il meglio, la frutta stagionata non gli piaceva.

Eccolo. Era arrivato con la solita puntualità. Un cenno del capo e lo seguii. Entrai in macchina. Faceva freddo. Profumava di buono: camicia stirata e inamidata, giacca impeccabile, capello tagliato di fresco, dopobarba, rasatura perfetta. Occhiali da sole anche se il sole era bello che tramontato. Non voleva correre rischi. Mi portò al solito posto, un motel non dei meglio, ma di sicuro non era frequentato da persone che potessero conoscerlo. Lui era molto più delicato dello zio. Certo, voleva la stessa, cosa, voleva scopare, ma lo sapeva fare in modo molto più elegante. Non mi faceva domande. Non parlavamo quasi. Si limitava a farmi dei cenni che capivo al volo. Non voleva instaurare un rapporto con me, voleva solo sesso, nessun coinvolgimento. Era stato ben chiaro dalla prima volta. Io ero una ragazzina e lui amava scopare le mie coetanee ma nulla più. Aveva delle figlie della mia età. Perversione? Forse, ma non più di quella dello zio che è arrivato a scopare la nipote di sua moglie, non ero sangue del suo sangue, ma che importa?

Mi spogliai come al solito. Nessun “puttana succhia”. Nessuna volgarità. Una scopata regolare, senza troppi preliminari. Delicato e agile, mi faceva volare tra le sue mani, in effetti ero affascinata da quell’uomo. Sapeva toccare i punti più eccitanti e ogni volta con lui riuscivo a venire senza fatica.  Aveva un fisico muscoloso, come di chi ci tiene e fa palestra, ma senza esagerare. Capelli brizzolati e occhi grigi, occhi che non finivano mai nei miei. Un po’ forse mi dispiaceva. Mi faceva godere, e io facevo godere lui. Tutto finiva con 100 euro sul comodino. Ma il culo continuava a farmi male.


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