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La pescivendola di Alghero racconto erotico

La pescivendola di Alghero

Si chiamava Susanna ed era incredibilmente sexy. Quell’anno avevo scelto di andare in vacanza ad Alghero. Del resto Laura amava le località di mare e ormai mi ero arreso all’idea che finché fossi stato con lei la montagna sarebbe rimasta un’immagine scolpita nella mia mente, il ricordo dell’infanzia. Laura preferiva il sole, le spiagge affollate. Preferiva esibire il suo fisico snello e sodo con bikini sempre più minimalisti, ma non ero geloso, delle volte la consideravo poco più che un accessorio. In realtà non l’amavo per niente. Non più. Era stato un capriccio, una puntiglia verso mia madre che l’aveva odiata fin dal principio, e ora, proprio per principio, non potevo chiudere questo rapporto inutile. Ma Laura, accidenti, era capricciosa come poche, forte del suo ascendente sugli altri, volitiva, permalosa, ma anche tanto bella. Diciamo pure che scoparmela non era una sofferenza. E quindi, tornando a noi, era stata Laura a scegliere la meta delle vacanze, quindi potrei serenamente dire che è in parte responsabile di quanto è accaduto, ma non voglio anticiparvi nulla.

Arrivammo ad Alghero un pomeriggio di fine luglio. L’hotel era un po’ decentrato, un 5 stelle che si affaccia sul mare, anzi, in realtà era situato su una scogliera che offriva uno scenario incredibile. Le onde che si infrangevano sugli scogli rilasciavano particelle di salsedine che inondavano di profumo la stanza. La prima mattina fu assolutamente piacevole il risveglio, ma andiamo con ordine. La sera dell’arrivo andammo a mangiare un boccone in centro. Il borgo offre un piccolo e grazioso centro storico che effettivamente ricorda quello ben più grande di Barcellona di cui Alghero sembra comunque un parente stretto. Le stradine di ciottoli si snodavano lungo i nostri passi e il profumo del pesce fresco pervadeva i vicoli. Ci fermammo in un ristorante sui bastioni, proprio davanti al mare. La gente affollava le strade, ma potevamo scorgere attraverso i corpi accaldati le vele delle barche ferme nel porto. Il fascino della cittadina non tardò a conquistarci. Cenammo a base di pesce e bevemmo dell’ottimo vino. Non ci fu spazio per il dessert. Tornammo in hotel a piedi, circa un chilometro dal centro, una passeggiata piacevole, tutta sul lungo mare costellato di locali e bancarelle.

La notte non ci fu nessun approccio sessuale, eravamo talmente stanchi che preferimmo dormire. L’indomani andammo a fare colazione in veranda, sempre sul mare. Il riverbero del sole sull’acqua era un qualcosa di così romantico che mi pareva quasi di provare ancora del sentimento per Laura. Lei, invece, continuava a fare capricci. – Questo cappuccino è tiepido, a me piace caldo, portalo indietro per favore. – Avrei voluto darle una spinta e gettarla sulla scogliera in quel momento, ma docile, come al solito, andai al bar dell’hotel a farmi preparare un altro cappuccino. Assaporai deliziato una formaggella, un dolce tipico della Pasqua a quanto mi ha raccontato la cameriera. I piccoli chicchi di uva passa sprofondavano nel formaggio e il gusto era veramente delizioso, avviluppato dalla fragranza della pasta.

Dopo la colazione Laura volle andare al mare, ma non volle saperne del bagno dell’hotel: – Ah e così tu due sdraio piantate su una colata di cemento sugli scogli lo chiami andare al mare? Scordatelo! – Volle andare in una spiaggia “vera”, io almeno per quella mattina avrei fatto ben a meno. Andammo in una spiaggia enorme poco fuori Alghero. L’acqua era cristallina, la sabbia bianchissima, orlata dalla vegetazione che sembrava quasi di essere ai Caraibi. Tutto il giorno sotto il sole e alla sera avrei voluto solo gettarmi a letto e dormire per tutta la notte. L’indomani mi rifiutai di andare in spiaggia e Laura decise di organizzarsi con una coppia di ragazze che aveva conosciuto in hotel. Finalmente solo. Mi vestii velocemente e uscii per godermi le bellezze della città in santa pace. Raggiunsi una delle torri che svettano in centro e salii fino in cima. Dall’alto la distesa azzurra del mare sembrava quasi ferire lo sguardo da quanto era vasto e azzurro. I tetti delle case ricordavano i paesini della Grecia. Il profumo della salsedine era devastante, ma piacevole. Scesi dalla torre e continuai a passeggiare in centro.

Giunsi a quello che doveva essere stato il mercato fino a qualche tempo fa. In un angolo della strada c’era un furgoncino con il portabagagli aperto. Curioso allungai lo sguardo fino al suo interno: diversi contenitori in polistirolo esibivano adagiati al loro interno saraghi, polpi, ricci, anguille e altri pesci che non avevo riconosciuto. Mi avvicinai con il desiderio di gustare qualche riccio. Davanti al portello sollevato del fuoristrada c’era una ragazza minuta. Aveva un ciuffo di capelli biondi che spuntava da un foulard variopinto. Indossava un top che lasciava intravedere un seno appena accennato e dei pantaloni alle ginocchia bianchi, aderenti. Scarpe da tennis, senza calzini. Quel disordine, anzi, quella sciatteria, così diversa dalla precisione maniacale di Laura, avevano un qualcosa di così affascinante che mi rapiva lo sguardo. La ragazza parlava con i clienti mentre un signore decisamente anziano pesava il pesce con una vecchia bilancia. Non riuscivo a capire cosa avesse di così interessante quella che era poco più che uno scricciolino. Rientrai in hotel col pensiero fisso di quella ragazza che mi bucava il cervello. La immaginavo a letto, nuda, con quelle tettine in miniatura, con quella pelle arsa dal sole e gli occhi grandi, verdi, o forse erano azzurri, e le ciglia lunghe. Non aveva alcun trucco sul visino da adolescente. Cercai di scacciare quell’immagine con un certo impeto. Laura non rientrava ancora. Eravamo ad Alghero da soli tre giorni, ce ne restavano altri sei. Interminabili sei giorni in compagnia di quella donna altezzosa e snob. Pranzai da solo: di Laura nessuna traccia. Provai a chiamarla sul cellulare ma non rispose. Dopo quasi due ore mi arrivò un suo messaggio “Ciao tesoro, non aspettarmi, rientro tardi, sono con le ragazze dell’hotel, mangiamo una cosa assieme”. Cazzo che stronza! E io che sono un paio d’anni che vorrei farlo, non sono mai riuscito a piantarla in asso. Pensai. Ma la sera era un peccato restare in hotel. Uscii tra le vie a far sbollire la rabbia e a mangiare un boccone. Passeggiai sui bastioni, mi confusi tra la gente, ma cercavo, tra quei volti, quello della venditrice di pesce. Non sapevo nemmeno il suo nome. Rientrai in hotel con qualche bicchiere di troppo sullo stomaco, ma il mirto è così, mentre lo bevi non ti rendi conto della sua pericolosità perché ti sale in un secondo momento, tutto in un colpo. Laura era già a letto. Dormiva.

L’indomani a colazione nessuno dei due parlò. Alla fine fu lei a interrompere il silenzio. – Mi hanno invitata in barca, non ti dispiace vero se vado con Janina e Cate? –

– No, figurati. – Risposi. Quello fu il nostro unico dialogo per quella giornata. Ma il mio pensiero fisso era un altro: quello di correre di corsa vicino al vecchio mercato e vedere se ci fosse anche oggi la venditrice di pesce. Mi precipitai in centro, ma della ragazza nessuna traccia. Chiesi a due vecchietti seduti su una panchina. – Chi è che dici? Ma a Susanna stai cercando? Oggi non viene, viene solo martedì e giovedì, domani viene. – Domani viene. Quelle parole mi risuonavano nella testa. Attesi con trepidazione il domani. Al mattino trovai una scusa con Laura, ma tanto aveva poca importanza, aveva già deciso di trascorrere un’altra giornata in barca con le sue due nuove amiche. Corsi in centro col cuore che mi galoppava nel petto, esattamente come se avessi avuto 16 anni. La vidi lì, al suo posto, vestita esattamente come il giorno prima. Il suo candore da bambina mi faceva diventare il cazzo duro. Non era bella ma avevo una gran voglia di portarmela a letto, di penetrarla, di leccare quelle piccole tette. Mi avvicinai con una scusa. – Non avete ricci oggi?-
– No, oggi niente, il mare è brutto e poi sono piccoli, ne prendiamo giusto qualcuno per i turisti che li vogliono ma non sono pieni come a gennaio, te lo dico. –

Era ruvida, ma schietta. – Quando stacchi qui? – Chiesi sfacciato. – Mai – rispose con un sorriso malizioso. Iniziò così. Non avevo tempo per le grandi manovre, dovevo colpire e affondare subito, quindi passai al passo successivo: invito a cena. Pensavo mi avrebbe lanciato uno scorfano in faccia, invece rispose – Eia, vengo. – quasi distrattamente, mentre sceglieva dei polpi per una vecchina.

La sera ci incontrammo al ristorante del bastione dove avevo cenato con Laura. Parlammo di noi, di lei, di lei soprattutto. Andava lei a pescare con i suoi fratelli. Si alzava alle 4 del mattino e alle 5 era già in mare. Una vitaccia, ma a lei piaceva, il suo mare non lo avrebbe mai tradito. Me la scopai, lo dico subito. Sulla sua barca. Mi ci portò lei. La luna era piena e galleggiava col suo riflesso sul mare. Faceva caldo. Ci spogliammo e lei prese a baciarmi. Conduceva lei le danze. Io immaginavo che mi avrebbe maneggiato il cazzo come faceva con le anguille. Invece era molto sensuale. Se lo portò alla bocca come una mamma affettuosa e lo succhiò fino alla gola. Potevo sentire la sua lingua e la sensazione come di deglutizione della mia cappella. Ero eccitato come non lo ero da tempo. Le leccai le piccole tette, i capezzoli erano due prominenze accennate, ma garbati e turgidi. Avrei potuto scoparla tutta la notte, affondavo le mani sulle natiche morbide e sode. Poi la penetrai. Non ce al facevo più, dovevo chiavarla. Lei fece un sorriso di piacere e con le dita stringeva ad anello il mio pene che la trapanava, sentivo un piacere assurdo. Le onde si infrangevano sul molo. Venni come un’onda sulla scogliera, inondando Susanna, il suo pube depilato, da bambina, ma non urlai. Lei mugolò. Lasciai Laura l’indomani mattina. La vacanza proseguì per entrambi separata. Io? Io vivo ad Alghero ora. Con Susanna. Vendiamo pesce.


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