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sesso con Gioia, il trans

La porcona sulla Grimaldi

Erano le 22. La superficie del mare era una lastra di piombo e alluminio. Con le auto salimmo sulla rampa, ormai stanchi per il ritardo del traghetto. Volevamo solo andare nella cabina e dormire fino al mattino. Una volta prese le chiavi ci buttammo sulla cuccetta, un materasso largo poco più delle nostre spalle, ma comunque non eccessivamente scomodo. Avevamo cenato leggero, giusto un bicchiere di latte, e ora la fame si faceva sentire.

-Proviamo al bar, deve essere ancora aperto, li dovrebbero avere qualcosa.- disse Michele con un certo ottimismo. A me stava bene. -Vado io- disse Michele. -No, lascia, ci faccio un salto io.- Michele aveva guidato per oltre 400 km ed era davvero a pezzi. La nave non era di certo enorme, ma quando sei stanco non riesci a orientarti troppo bene. Salii delle scale anguste che sembravano portare ovunque tranne che nel posto giusto. Odore di gasolio e plastica fusa. Caldo. Dove diamine ero finito? Arrivato al piano spinsi una porta. Pesava uno sproposito e sebbene io non sia un fuscello ho fatto fatica. Mi trovai in un pianerottolo da cui si dipartivano altre due porte. Sembrava uno di quei giochi che a seconda di quale porta scegli finisci nel burrone. Aprii quella di destra. Nessun burrone, ma una corrente tiepida mi schiaffeggiò il volto. Ero arrivato sulla terrazza. D’estate doveva essere anche piuttosto accogliente ma in questa stagione, a novembre, sebbene il freddo si sia dimenticato di questa parte del mondo, non si può certo dire che la temperatura ispiri un bagno in piscina. C’erano invece alcuni avventori seduti ai tavoli del bar che fumavano mollemente la loro sigaretta.

Fu li che incontrai Gioia. Era seduta da sola a un tavolo e lasciava uscire dalla bocca un filo di fumo che si attorcigliava su se stesso. Fumava una sigaretta sottile e lunga di cui non ricordo più nemmeno la marca tanto tempo era che non le vedevo in giro. Gioia aveva dei capelli neri e mossi che arrivavano fino a sfiorarle le spalle. Non riuscivo a percepire il colore degli occhi da lontano. Non so perché, ma era l’unica persona seduta da sola e questo attirò la mia attenzione, forse per quell’aria vagamente malinconica e assente. Ancora non avevo idea della sorpresa che Gioia mi avrebbe riservato di li a poco. Le luci deboli e gialle rendevano il clima pastoso, intriso di salsedine e fumo. Non c’erano posacenere liberi, mi avvicinai a Gioia e mi sedetti accanto a lei. Posò con discrezione gli occhi su di me, ma senza soffermarsi troppo con lo sguardo. Non sapevo se parlare o fare finta di niente, accendermi la sigaretta e andare via. Dovevo anche prendere qualcosa da mangiare per me e Michele che aspettava in cabina.

Con un dito Gioia spinse il posacenere verso di me. Fu come un invito al dialogo.

-Ciao, mi chiamo Ermes, io e il mio collega stiamo viaggiando con il nostro camion.-
Non sembrava voler partecipare al discorso, invece schiuse le labbra e accarezzandomi con le lunghe ciglia disse:
-Camionisti quindi. Si vede dalle braccia robuste.-
-Dici?- Risposi io senza nemmeno pensarci.
-Dico. E se lo dico è perché ho una certa esperienza.-

Aveva un non so che che mi faceva scorrere un brivido lungo la schiena. Sarà stato il brandy bevuto dopo che Michele mi aveva dato il cambio alla guida, sarà il fatto che era da diversi mesi che non inzuppavo il biscotto, sarà che quella donna aveva fascino da vendere e un alone di mistero. Mi guardò con fare provocatorio, so riconoscerle io queste situazioni, mica sono un ragazzino imberbe.
-Sono Gioia. – disse – Sono una trans.-

Sbarrai gli occhi cercando di capire dove avesse nascosto il pacco perché tutto sembrava meno che un uomo diventato donna, o insomma, in procinto di diventarlo, forse. I suoi lineamenti erano così delicati e femminili che non avrei mai potuto immaginare potesse non essere davvero una donna. E la voce? Vero, leggermente bassa e roca, ma quante donne fumatrici la hanno così? Eppure a me questa cosa intrigava ancora di più. Cioè, forse dovevo andare via, prendere la cena per me e Michele e tornare in cabina, ma Gioia mi fissava con sguardo di sfida, come dire “adesso che lo sai vuoi andare via vero?”. Ma io non volevo assolutamente andare via. Ero attratto da quella creatura così affascinante e al contempo incomprensibile per certi versi. Il mio uccello poi aveva iniziato a prendere una certa posizione che non era esattamente favorevole alla ritirata. Lo sentivo premere contro i bottoni della braghetta, come chi ha qualcosa da dire e non ha intenzione di andare a riposo senza essersi sfogato come chiedeva.

Decisi di assecondare il mio desiderio di sesso, tanto più che non l’avevo mai messo in culo a nessuno e pure quella poteva essere un’esperienza da ricordare una volta che il cazzo si sarebbe arreso all’età nelle mutande.
Continuammo a dialogare. Il bar chiuse e io non avevo ancora preso nulla da mangiare. Pazienza – pensai – tanto Michele si sarà già addormentato. Era quasi l’una. Il freddo e l’umidità del mare al largo dalla costa iniziavano a farsi sentire. L’odore della salsedine si mescolava a quella del fumo dell’ennesima sigaretta finissima di Gioia.
-Sono Rothmans.- disse come chi ha intuito una domanda appesa sulle labbra. -Vero- risposi muovendo il capo in segno di assenso. Gli avventori rimasti erano tre, esclusi me e Gioia. Aveva addosso un vestitino nero aderente, semplice ma stuzzicante, e degli stivaletti con un tacco discreto, senza troppo sfarzo. Il giubbottino chiodo, anche di quelli non ne vedevo da tempo, da quando mia sorella adolescente una ventina d’anni fa era diventata una donna e lo aveva riposto assieme agli altri cimeli di un’epoca metallara.

Fianchi sinuosi e lunghe gambe. Nulla era rimasto di visibile nel suo corpo della sua vita maschile. Ed era seducente. Aveva delle movenze che molte donne si possono anche scordare di avere. Movimenti fluidi, un profumo gradevole e per niente invadente, e uno sguardo ammiccante che faceva pendant con le labbra carnose e rosse. Una porcona d’altri tempi, sulla nave dove stavo viaggiando. Una trombata fuori programma che non avrei dimenticato mai, e come non approfittarne!
Si alzò e mi fece cenno col capo. La seguii. Il vento stava diventando sempre più fastidioso. Riuscimmo ad attraversare tutta la lunghezza della nave fino a raggiungere la poppa. Gioia aprì una porta con una forza che, in effetti, aveva poco di femminile, ma che invece di inquietarmi me lo fece diventare duro di colpo. Scendemmo le scale ripide. L’umidità era appiccicosa e calda e ormai avevo solo voglia di penetrarla e farla urlare di piacere. Pensavo volesse andare nella sua cabina invece mi portò in una zona della nave riservata agli addetti ai lavori. Sarebbe stato ancora più eccitante. Era tutto buio e non si poteva scorgere quello che c’era in quell’ambiente, solo un forte odore di combustibile. Dove eravamo? Gioia si avvicinò a me. Potevo sentire il suo alito caldo. La afferrai istintivamente. Posò le sue labbra calde sulle mie. Un fremito adolescenziale. Iniziai a baciarla con fervore. Assaporavo ogni suo lembo di pelle e ne sorbivo il calore lussurioso. Lei ansimava e si faceva sempre più fluida. Mi afferrò il cazzo da sopra la braghetta, tastando come si tasta la verdura di nascosto al supermercato. Sbottonò i bottoni e infilò una mano curiosa alla ricerca del gladiatore. Lo trovò. Iniziò a smanettare facendo su e giù, ma io non sono uno che viene al primo colpo e mi godevo il momento. -Mettilo in bocca- le dissi col respiro sempre più corto. Gioia ubbidì con piacevole sottomissione. Succhiava che era una bellezza. Aveva un risucchio violento e piacevole, sentivo tutte le energie confluire sulla cappella. Era ora di sfondarla. La presi per le spalle e la girai. La appoggiai al muro senza troppi complimenti. Lei godeva e tremava, aspettava con ansia che la penetrassi.

Infilai lo stantuffo dopo aver indossato alla svelta il preservativo. L’avevo infilato con potenza e a lei era piaciuto. Tiravo il suo bacino contro il mio e sentivo le palle sbattere sulle sue natiche, era così porca, così porca che urlava di piacere e diceva di sbatterla ancora più forte. Con la mano provai a esplorare il suo inguine a sorpresa. E c’era davvero un cazzo, un cazzo bello dritto. Quanta roba sprecata, povera Gioia che non lo usava per godere e per far godere. Volli provare a farle un bel massaggio su e giù e sembrava anche piacerle, mentre continuavo a stantuffarla. La sbattevo con forza contro il muro e alla porca piaceva. Le venni dentro, abbondante, caldo. Un urlo roco come di cornacchia, e poi un voluttuoso “Mmmm…” L’odore di carburate mi si era incollato alle narici senza scampo. Gioia si rivestì in silenzio, senza nessun commento e senza nemmeno fumarci una sigaretta post-trombata. Non la rividi mai più. Tornai nella mia cabina. Michele doveva dormire da qualche ora perché russava alla grande. Mi misi a letto anche io e Gioia fu come un bel sogno. Al mattino Michele mi chiese dove fossi stato. Non tralasciai i particolari durante il mio racconto. Michele sembrò non credermi, li per li, ma quando comprese che era tutto vero sbottò: -Ma che culo che hai sempre, e dire che stavo per andarci io al bar!-


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