Home » Racconti Etero » Le segaiole incallite
Le segaiole incallite

Le segaiole incallite

Non ricordo molto dei miei 15 anni, ma ho un ricordo molto nitido, forse l’unico, che mi porto dietro. Facevo il primo anno del liceo e avevo appena scoperto cosa vuol dire provare qualcosa per una ragazza. Susanna era bellissima, delicata e garbata. Aveva lungi capelli biondi che teneva sempre raccolti con una coda. Indossava spesso dei jeans attillati che lasciavano ben poco all’immaginazione. Rispetto alle sue compagne era già una donna. Un piccolo seno ben disegnato sporgeva timidamente dalle magliette sempre troppo aderenti al corpo. Labbra rosa e carnose si schiudevano sovente per sorridere, mostrando i bianchi denti perfetti. Dio quante volte ho desiderato baciare quelle labbra, ma io, brufoloso anatroccolo impacciato, non potevo nemmeno sperare di starle vicino per sbaglio. Sorrideva ai ragazzi più grandi, a quelli di terza. Ho passato decine di notti insonni pensando a chi avrebbe assaporato la sua lingua, al fortunato che avrebbe potuto farle battere il cuore, accarezzare il seno sodo, afferrarle le natiche dure e scolpite. La immaginavo con il tutù rosa, faceva danza classica da quando era piccolina e potevo scorgere la sua grazia durante l’ora di educazione fisica. Era anche decisamente brava a scuola, aveva otto in tutte le materie, perfino in greco. Io odiavo il greco. Ero bruttino e non ero nemmeno troppo bravo e per quanto studiassi a casa, il rendimento era sempre inferiore alle aspettative dei professori. Il problema è che avevo la testa fra le nuvole, o meglio, fra le tette di Susanna, almeno nella mia immaginazione. Cercavo ogni pretesto per avvicinarmi il più possibile e sentire il suo profumo di violetta. Ma lei, ovviamente, nemmeno si accorgeva di me. I mesi passavano, i miei voti facevano schifo e io avevo sempre più brufoli in faccia. “Passeranno”, mi diceva mia madre più per consolarmi che perché ci credesse davvero. Io continuavo a sperare in un miracolo, ma sapevo che non sarebbe mai avvenuto.

Una sera, mentre rientravo dagli allenamenti di karate, vidi Susanna ferma sul portone di casa sua con un ragazzo. Abitava a un paio di isolati da casa mia, proprio sul percorso che facevo per andare in palestra. Mi fermai dietro un cassonetto dell’immondizia a osservarli. Sembravano solo parlare. Poi all’improvviso il ragazzo palestrato le si gettò sopra, la avvolse con tutta la sua stazza e la baciò. Vidi nitidamente la mano di quel giovane impossessarsi della figa di Susanna che palpava attraverso i jeans. Sentii odio, rancore, rabbia, amarezza, delusione. Tornai a casa con un macigno nel petto e quando rimasi solo in camera mia mi presi il cazzo e iniziai a smanettare. Pensavo a Susanna, alla sua pelle morbida, al tipo che da lì a poco se la sarebbe trombata e mentre venivo tristemente sul copriletto del mio letto mi scesero delle lacrime acide. Non riuscii più a guardarla in faccia. L’anno scolastico finì. Mi promossero – nonostante tutto – con la sufficienza. Quell’estate io e la mia famiglia andammo in vacanza a Dublino. Non avevo mai visto l’Irlanda e la cosa mi piaceva. Subito dopo quella settimana tutti assieme avrei dovuto fare due settimane in una scuola di inglese a Malta.

Arrivò il giorno della mia partenza. In valigia pochi cambi e tanti sogni. I brufoli iniziavano a diradarsi e qualche pelo sparuto faceva la sua comparsa sul mio mento. Mi stavo anche irrobustendo, merito soprattutto degli allenamenti. Quando giunsi alla scuola provai un misto di paura e voglia di spaccare il mondo. Finalmente ero da solo, potevo fare quello che volevo, o quasi. Posai le valigie nel dormitorio. La mia stanza era piccola e spartana, giusto l’essenziale, due letti a castello, una scrivania, due armadi, una stanza da bagno adiacente. Avrei diviso la camera con altri tre studenti di nazionalità diversa lo facevano per farci comunicare solo in inglese. Le lezioni erano molto pesanti e finiva che rientravo nella mia stanza praticamente distrutto, senza più alcuna voglia di fare altro. Una sera uno dei tutor ci portò a fare un giro in città, giusto per prendere una boccata d’aria e per farci familiarizzare con il luogo, niente di più noioso. Il mare era splendido, ma per il resto si poteva benissimo chiudere la partita. La prima settimana sembrava non passare mai, ma alla fine passò. Stavo imparando l’inglese, volere o volare dovevo farlo se volevo parlare con anima viva. Il lunedì della seconda settimana ci portarono al mare. Finalmente qualcosa di interessante. Intanto avevo fatto conoscenza con Jaime, un ragazzo di Valladolid e con Alberto, un ragazzo di Tirana. I due si davano molto da fare per socializzare a scuola e, forse perché avevano uno due anni più di me, l’altro tre, erano decisamente più scaltri del sottoscritto. Jaime stese l’asciugamano tra me e Gregorio e dopo essersi steso al sole ci raccontò una sua avventura.

“Avete presente quelle due porcone?” “Chi?” Disse Gregorio, “le due zoccolette svedesi?” “Sì, rispose Jaime, le segaiole”. Li guardavo perplesso come se io non condividessi la stessa camera con loro. “Beh” proseguì Jaime “mi hanno fatto una sega pazzesca l’altra sera!” “Come, racconta!” interruppe Gregorio. “La più alta, Alexandra, è venuta in camera quando voi eravate alla lezione di speaking. – Dai che ti piacerà – mi ha detto. Che porca! Io lì per lì mica avevo capito, invece si è avvicinata con la mano tesa puntando dritta dritta alla mia braghetta. “Che culo!” interruppe nuovamente Gregorio. “Zitto” dissi “fallo finire!”. “Prima mi ha accarezzato il cazzo, poi ha aperto i bottoni e l’ha tirato fuori”. “Ma stai scherzando?” chiesi io incredulo, e forse anche un po’ invidioso. “No, non sto scherzando, dovevate vedere che voglia di cazzo aveva. Ma non aveva fatto in tempo a impugnarlo che nel frattempo è arrivata anche l’altra, ma non mi chiedete come si chiama ché nemmeno me lo ricordo. Oh una strafiga, ha due tette che le stavano esplodendo dalla maglia, ma dico, due cose enormi, durissime!” “E tu come lo sai” chiese ingenuamente Gregorio, ma bastò uno sguardo di Alberto per farci capire che la mano, su quelle tette, ce l’aveva infilata ben bene. Continuò. “Mentre Alexandra aveva iniziato a fare su e giù, l’altra ha afferrato il mio pisello e accompagnava la mano della sua amica. Andavano assieme a un ritmo pazzesco e si guardavano, poi guardavano me e io avevo il cazzo duro come non lo avevo mai avuto, e sì che qualche ragazza me la sono fatta eh!”.

Guardavo Albero e cercavo di immedesimarmi nel suo racconto, avevo voglia di essere al suo posto. “Poi Alexandra me lo ha leccato, mentre l’altra continuava a smanettare e io non ce l’ho fatta più a trattenermi. Oh, dovevate vedere come le ho schizzate! In bocca, le sono venuto in bocca e poi l’altra maialona ha girato il mio pisello verso di lei e si è tutta bagnata col mio sborro. No ragazzi, che esperienza.” Gregorio lo guardava perplesso. “Cazzate, stai dicendo una marea di cazzate, come minimo hai guardato un video porno e ti sei fatto una sega in bagno”. Alberto sembrava scocciato. “No caro, è tutto vero fidati, chiedi a quelle due! Non sono tipe che lo negano vedrai”. Non sapevo se Gregorio avrebbe avuto il coraggio di andare a chiedere direttamente a loro, ma io non lo avrei fatto di certo. La giornata passò con un pensiero fisso: quelle manine delicate che afferravano il mio pisello e lo pippavano avide.

Quello che accadde il giorno seguente non me lo sarei aspettato di certo. Erano le due. Il campus era quasi vuoto perché tutti erano andati a fare un’altra escursione guidata in città. Memore dalla precedente esperienza avevo deciso di stare in camera a studiare. Ma non ero l’unico a essere rimasto lì quel pomeriggio. D’un tratto sentii bussare alla porta. Non aspettavo nessuno e sapevo che Alberto e Gregorio sarebbero rientrati solo in tarda serata. “Chi è?” chiesi. La porta si aprì ed entrarono Alexandra e Christiane. Erano belle da morire. Stavo già andando in tilt, la mia testa iniziava a fare film. Non dissero nulla e si avvicinarono a me. Una vocina mi ripeteva “adesso tocca a te, adesso è il tuo turno”, secondo quale strano meccanismo poi non so. Christiane si portò il dito sulla bocca, come per dire di fare silenzio. Non osai disubbidire. Mi diede una spinta e mi sdraiò sul letto poi, assieme, iniziarono a lavorare sulla mia braghetta. Non vidi chi mi prese il cazzo e nemmeno me ne importava. Avevano un tocco così delicato, ma al contempo deciso. Sentivo una mano che stringeva la base del pisello e l’altra che accarezzava la cappella. Poi iniziarono, con due mani, a prendere un ritmo sempre più veloce. Il mio respiro diventava affannoso. Avevo i battiti a mille. Non mi sembrava vero potesse accadere una cosa del genere. Respiravo ansimando, mugolavo, loro ridacchiavano divertite. Venni quasi subito, e non mi importava assolutamente di quello che avrebbero pensato. Mi scoppiò un’ondata di sperma che si spalmarono addosso come le più incallite segaiole della storia.
Qualche giorno più tardi scoprimmo che quelle due ragazze avevano fatto una scommessa con delle altre studentesse dell’anno prima, volevano battere il loro record, ma non scoprimmo mai se c’erano riuscite o meno, quello che scoprimmo fu che molti ragazzi, quell’estate, ricevettero il mio stesso trattamento.


1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (2 voti, media: 3,00 di 5)
Loading...

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*