Home » Racconti Lesbo » Le sfilate di moda

Le sfilate di moda

Non era la prima volta che Luana vedeva passare quella ragazza… la prima volta notò solo quella corta minigonna colorata.

“Una stilista dal discutibile gusto” pensò.
Si trovava ad una delle tante sfilate di moda che si stavano svolgendo a Milano per la stagione estiva successiva. Fuori era già pieno inverno, nebbia e pioggia inondavano quella città che a Luana non piaceva molto. Si sentiva triste e sola e soprattutto stanca.
Non amava certo andare in giro a fare la giornalista, lei oltretutto era una psicologa e la sua era tutta un’altra rubrica, nel giornale in cui lavorava, ma l’improvvisa malattia di una sua collega nonché amica la costrinse a rivestire quel ruolo.
“Cosa ci vuole”, le disse quel insulso dott. Bianchi.
“Si tratta di passare un paio di giorni a Milano. Essere ospite di sfilate e partecipare a qualche conferenza stampa. Qualche intervista. Ti metto a disposizione in migliore fotografo e non farai in tempo a capire che sei a Milano che sarai già tornata a Roma.”
Luana invece aveva fatto decisamente in tempo a capire che stava a Milano.
Appena scesa dall’aereo i suoi lunghi capelli biondi si sono arruffati per la nebbia ed il suo cappotto bianco sembrava una pezzuola che non riusciva a proteggerla dal freddo.
Ma ormai era li. Ed intanto la stilista con quella assurda minigonna colorata ora la stava guardando. Luana era seduta proprio al lato della passerella, in attesa che avesse inizio la sfilata e sentendosi osservata si voltò. Incrociò gli occhi più verdi che ebbe mai visto.
Fu uno sguardo intenso, profondo, emozionante. Di quelli che riescono a fermare il tempo intorno e lo spazio intorno a se. Poi si fece buio e la figura di donna sparì. Ebbe inizio la sfilata.
Fu una sfilata come tante, con interessanti intuizioni, non sufficienti però a renderla davvero significativa, intanto però Luana ripensava all’inquietudine di quegli occhi.

A fine sfilata la stilista si presentò al pubblico. Avanzò con eleganza e determinazione percorrendo la passerella per intero e questa volta Luana la guardò con attenzione.
Ebbe la netta sensazione che si trattasse di un felino. Il suo incidere era elastico, lo sguardo pieno di mistero. Una gatta. Una bella gatta. Luana guardò la linea affusolata delle gambe a malapena coperta da quella bizzarra minigonna. Le caviglie erano sottili. La pelle diafana, trasparente. Poi risalendo immagino un sedere tondo e piccolo, la vita sottile ed un seno perfetto. Luana ne immaginò i capezzoli, grandi, rossi al centro di ogni seno ed un languorino la invase.
Il pensiero di scoprirsi ad immaginare di passare la sua lingua calda su quei capezzoli la turbò e le diede una scossa. In quel preciso istante, la felina stilista si voltò e la guardò con una intensità tale che Luana avvampò. Poi scomparve, incedendo lungo la passerella e mostrando quello che Luana aveva da poco pensato essere uno splendido culo bianco.
Ad ogni passo una cascata di capelli rossi ondeggiava pericolosa.
“ Ora me ne torno in albergo e se strada facendo Matteo mi chiede ancora di fare foto per lui me lo porto in stanza. Tanto per controllare che sia tutto a posto in me!”.
Luana non aveva mai fatto sesso con una donna, non ci aveva mai nemmeno pensato.
Però aveva letto storie e conosceva qualche donna che gli aveva fatto intendere che fosse fantastico, però a lei non era mai interessato. Sapeva per certo che a lei, a parte tutta una serie di cose comuni in entrambi i modi di fare sesso, era una femmina a cui piaceva infinitamente essere presa e per questo occorreva un uomo e nemmeno un uomo qualunque.
Mentre tutti stavano applaudendo, Luana aveva già guadagnato l’uscita con il cappotto in mano.
Fece cenno al suo fotografo di restare per le ultime foto e che si sarebbero visti l’indomani mattina.
Decise di raggiungere il parcheggio dei taxi a piedi.
Si sentiva stanca, ma non fisicamente. Era stanca dentro.
Una moto le si affiancò. Sollevò la visiera del casco e la guardò.
Luana riconobbe immediatamente gli occhi verdi da gatta della stilista.
“Vieni, ti accompagno” e nel dire questo le tese un casco che teneva appeso ad lato della moto.
Luana se lo infilò ma non riusciva a chiuderlo.
Lei sorrise, allungò una mano dalle dita affusolate e le sfiorò il mento. Poi glielo allacciò.
“Dove andiamo?” chiese Luana.
“Non hai fame?”
“Si”

Si arrampicò come meglio poté sulla moto, sentendosi immensamente goffa e per evitare di cadere le strinse la vita. Respirò il profumo dei capelli rossi che uscivano dal casco.
Arrivarono davanti ad un palazzo anonimo nella periferia di Milano.
Scesero. Lei parcheggiò la sua moto, le fece cenno di seguirla.
Entrarono. Ma invece di salire, scesero delle scale.
Luana si ritrovò in una grande stanza colorata, piena di tappeti e cuscini. Calda.
Sembrava orientaleggiante. Si sentì bene in quell’ambiente così diverso dal grigiume di Milano.
Mentre Luana si spogliava del cappotto, lei sparì dietro ad una porta.
Apparve poco dopo.
Struccata, gli occhi verdi ora meno aggressivi e pieni di dolcezza.
I capelli incorniciavano un volto pallido e spigoloso.
Aveva una maglietta bianca che le accarezzava i capezzoli ed una tuta blu.
Luana invidiò tanta naturale bellezza.
“Ciao, io sono Clara!”
“Ciao, Clara io sono Luana”
“Si lo so, conosco il tuo giornale ma tu non sei la psicologa? Che ci facevi alla sfilata?”
Luana raccontò mentre lei intanto entrava in cucina ed iniziava a tirare fuori cibi, salse e vino rosso.
In un attimo Luana si ritrovò a parlare di sé. Ed era un fatto insolito.
Mentre l’aroma della cucina scaldava l’aria, mentre il vino scaldava lei, lei parlava.

Iniziarono a mangiare, guardandosi negli occhi e guardandosi negli occhi parlarono fino a che non ci fu più nulla da dire con le parole.
Stavano sul divano ormai, una testa bionda accanto ad una testa rossa.
Spalla a spalla e si sentivano unite. La mano di Clara iniziò ad accarezzarle la coscia.
Luana sentiva quel massaggio e sentiva il calore di quella mano. Un calore rasserenante. Famigliare.
Si baciarono e fu un bacio bellissimo. Da quanto Luana non veniva baciata con tanta dolcezza?
Non aveva mai accarezzato un corpo tanto morbido.
Sapeva di biscotto e vaniglia.
Si ritrovarono fra i cuscini con le mani di Clara che percorrevano Luana sfiorandola come fossero di vento. Di un vento caldo.
Per una volta Luana non pensava a cosa fare ma semplicemente si gustava ogni singola sensazione che quel soffio caldo le dava.
Ed intanto la baciava. E Luana pensava al miele.
Non c’erano suoni ma solo sapori e colori.
Nella testa di Luana aleggiava un silenzio riposante.
Le lunghe dita bianche di Clara la fecero godere. Fu come giungere a riva e restare abbandonati sulla sabbia. Luana se ne stette un po così, con quelle labbra che le inumidivano il collo a sfiorare con gli occhi i colori della stanza. Poi volle assaggiarla.
Si riempì le labbra di ogni singolo capezzolo, fece grandi cerchi intorno ad un minuscolo ombelico.
E poi ne assaggiò il sapore. Era dolce. Mai avrebbe pensato di trovarlo dolce.
Mai avrebbe pensato di sentire ansimare una donna.
Si sentiva sfiorare i capelli.
Mai avrebbe voluto essere un uomo come in quel momento.
Avrebbe voluto penetrarla, con dolcezza. Entrare in lei come non avrebbe potuto con un dito o con una lingua. Avrebbe voluto possederla.
E comprese in parte cosa prova un uomo di fronte a quel mondo femminile mai veramente scoperto ma in fondo sempre solo scopato.
L’orgasmo di Clara fu come un grazie sospirato.
Ma anche lei si sentiva fragile, si riconobbe dietro quel bisogno di tenerezza, vi ritrovò la sua stessa solitudine. Si strinsero e si addormentarono.
“ Buongiorno Luana” con una carezza Clara le tolse un ciuffo di capelli dagli occhi.
Luana si sollevò.
“ Avevi freddo stanotte e ti ho messo addosso il piumone.”
Intanto le porgeva un caffè.
Luana strinsè la tazzina fra le mani e guardandola iniziò a sorseggiarlo.
I capelli raccolti, gli occhi truccati, vestita con mille colori male assortiti.
Era di nuovo la stilista della sera prima ma qualcosa di diverso c’era.
Lo sguardo.
“ Sei bellissima, lo sai vero? Era la prima volta che facevi sesso con una donna?”
“ Si”
“ Non lo dimenticherai, vero?”
“ E’ te che non dimenticherò”
“ Neanche io.”

Prese la tazzina e si diresse in cucina.
Riapparve subito dopo con la borsa, il giubbotto ed il casco.
“ Io devo andare, purtroppo. Tu fai quello che vuoi, chiamati un taxi.
Devi solo chiudere la porta dietro di te e magari lasciarmi il tuo numero. Se vuoi.”
Lo disse con un filo di voce, sembrava lo stesso vento della sera prima, solo un vento freddo stavolta.
Uscì.

Luana stette un po’ nel suo piumone caldo, poi si alzò, chiamo il suo albergo, chiamo un taxi.
Era sulla porta quando voltandosi decise di fare ciò che avrebbe sempre voluto fare ma non aveva mai avuto un uomo per cui valesse la pena.
Prese il suo rossetto e scrisse il suo numero sullo specchio.
Accanto ci disegno un cuore diviso a metà.
Si allontanò portandosi dietro il sapore del miele e l’odore di vaniglia.


1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (5 voti, media: 4,60 di 5)
Loading...

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*