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Panna montata

Non conoscevo Sara da molto tempo, ma il suo modo di fare e la sua bellezza fresca erano stati inequivocabilmente il segnale che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiata. Adesso che ci penso, in effetti, mai mi era capitata una situazione come questa.

Pentita? Ma assolutamente no, ho conosciuto un mio lato che forse, per anni, è stato come il tizzone ardente nascosto sotto la cenere.
Ero arrivata in ritardo alla lezione di filologia germanica quella mattina. Erano già tutti seduti in aula. Presi posto distrattamente senza nemmeno guardare chi avessi vicino. Aprii il quaderno degli appunti e iniziai a copiare quello che c’era scritto sulla lavagna. Il professore parlava veloce non riuscivo a trovare il ritmo. La rotacizzazione consonantica, la Legge di Grimm, era una parte che mi veniva in salita, probabilmente perché ero mancata alle ultime lezioni. Avevo la penna in bocca, ormai avevo rinunciato a seguire quello che diceva il professore.

“Te li passo io” disse una voce infinitamente gradevole. “Se vuoi te li passo io gli appunti, ho tutto”. Mi girai e vidi una ragazza dai lineamenti fini, delicati, con lunghi capelli biondi che ricadevano morbidi, come fili di seta sulle spalle. La pelle era bianchissima con riflessi quasi rosa, a tratti sembrava traslucida. Piccole efelidi le segnavano una costellazione indecifrabile sotto gli occhi. Lunghe ciglia bionde incorniciavano un’iride verde muschio. Erano grandi e acuti, sembravano leggerti dentro. Rimasi con la penna in bocca mentre osservavo le lunghe dita affusolate e bianchissime porgermi un quaderno di appunti. Non riuscivo a dare un nome a quella sensazione meravigliosa di calore che sentivo pervadermi. La guardai negli occhi e dissi “Ciao, son Marina, grazie” e accettai il quaderno che mi porgeva. “Posso fare delle fotocopie?” chiesi. “Certo ci possiamo vedere più tardi dopo la mensa, magari ci prendiamo un caffè” rispose lei con un candore che sembrava essere quasi un’apparizione.

Finita la lezione ci salutammo e andai in copisteria. Mi fermai a fumare una sigaretta nel giardino della facoltà e mi misi a sfogliare il quaderno. Chi era Sara? Non l’avevo mai vista, possibile? Era già avanti il corso, ma ero certa di non averla mai vista prima d’ora. Nessun indizio. Solo un quaderno pulito, con una scrittura tipicamente femminile con vocali tonde e grassocce. Copertina anonima, niente di che. Sara. Mi tuonava in testa questo nome, rimbalzandomi da un lobo all’altro in attesa che una lampadina si accendesse, soprattutto non capivo cosa fosse quella sottile felicità che provavo all’idea che da li a breve ci saremmo riviste.

Il pranzo della mensa era un attentato all’incolumità quella mattina, mangiai solo uno yogurt. All’uscita mi guardai attorno, e lei, come aveva detto, era li. I capelli biondissimi accecavano di riflessi sotto al sole. Sollevò la mano e venne verso di me. “Ciao, ho fatto, grazie!” dissi, lei mi guardò con gli occhi che brillavano”E di che, ma figurati, dai andiamo a prenderci un caffè, poi tra mezz’ora ho lezione.” La seguii senza avere il tempo di dire nulla. In realtà era lei che iniziava e concludeva le conversazioni. Angelica e volitiva, dolce ma decisa. La donna perfetta.

Al bar parlammo del più e del meno, come si fa quando si è dei perfetti sconosciuti, ma tra noi sembrava essere accaduta una di quelle magie che accadono così raramente. C’era elettricità, potevo sentirla. Desideravo quella ragazza, volevo vederla nuda. Non ero mai stata con una donna, solitamente ero attratta dagli uomini e non avevo mai nemmeno fatto una fantasia di tipo saffico. Eppure lei era così intrigante, proprio perché tanto delicata e quasi onirica.

Prendemmo a frequentarci. Seguivamo assieme le lezioni di filologia e avevamo anche iniziato a prepararci assieme per l’esame. Dicevano tutti che fosse praticamente impossibile da passare con un voto più alto di 22 ma io volevo il mio 30, non mi sarei accontentata di nulla di meno. Studiare con Sara era rilassante. Mi dava un’energia che non sapevo nemmeno di avere. Uscivamo assieme alla sera. Lei abitava in una pensione poco lontana dalla mia, ci si dava appuntamento alla pasticceria dell’angolo e con la metro si arrivava in centro. Una passeggiata sulla Rambla e un gelato, poi verso le 23 si rientrava perché l’indomani le lezioni iniziavano presto al mattino. Il fine settimana, quando gli altri andavano a sfasciarsi nelle discoteche per turisti della Marina piccola, noi andavamo al cinema o a fare una passeggiata fuori dalle zone della movida di massa. Qualche volte decidevamo di guadare un film a casa di lei e allora speravo sempre fosse la volta buona, ma non accadeva mai nulla.

Forse avevo frainteso quel suo modo di fare gentile che era solo amicizi,a forse lei non aveva alcuna inclinazione nei miei confronti che trascendesse la mera complicità da campus. A me invece si bagnava la figa ogni volta che mi accarezzava la schiena con un dito mentre guardavamo la TV. Se fossi stata un uomo non ci avrei pensato due volte, l’avrei afferrata per le spalle, sbattuta sul letto scopata fino a farla gemere di piacere. Ma sono una donna e la situazione è un vero casino.

L’altra notte ho fatto un sogno. Eravamo a casa mia. Sedute sul divano guardavamo il solito programma idiota del venerdì sera. Avrei voluto baciarla. La guardavo nella penombra mentre lei sembrava assorta nell’indovinare il ritornello di una canzone. “Aserejé ja de Jè dejebe tu dejebere sibiunoua majabi and de bughi eìand de buididipì..” Era il tormentone di quell’estate. D’un tratto si voltò e mi conficco il suo verde acceso nel mio marrone sbiadito. Oddio che bella. Si avvicinò come un gatto che ti fa le fusa e mi baciò. Non potevo crederci, Sara mi stava baciando. Lentamente mi tolse la maglietta. Avevo i capezzoli turgidi al punto che mi facevano male. Mi accarezzò un seno, poi si avvicinò e iniziò a leccare il capezzolo, baciando e leccando. Avevo dei brividi talmente grossi che quasi mi scuotevano. Il mio istinto bestiale mi diceva si sbatterla sul materasso e scoparla. La spogliai. Osservavo inebetita il candore della sua pelle, i suoi fianchi esili, il suo seno piccole e proporzionato, sembrava una donna di neve e avevo quasi paura si sciogliesse da un momento all’altro. Si sdraiò invitandomi ad agire. Le sfilai le mutandine, un sottile filo di pizzo bianco. Dalle grandi labbra si scorgeva a malapena una sottile striscia di peli biondissimi. Sul tavolo c’era ancora la bomboletta di panna spray che avevano utilizzato per il caffè. Gliela spruzzai sulla figa, percorrendo la morbida pancia e facendo un giro attorno ai capezzoli disegnando un infinito. Inizia da li a leccare. Assaporavo non tanto la panna, quanto il gusto dolce della sua pelle traslucida. Scesi lentamente sull’addome, baciando e leccando, fino ad arrivare alla vulva. Assaporavo a piena bocca. Trovai il clitoride e dopo averlo liberato dalla panna iniziai a succhiare e leccare. Le infilai le dita cercando di trovare il movimento giusto per eccitarla. Mugolava.

Rimisi il tappo alla bomboletta di panna, la bagnai di saliva e iniziai ai infilargliela dentro. Era grossa e Sara urlava, ma di piacere. Gridava e godeva. Muovevo la panna montata su e giù, sempre più velocemente, quasi con rabbia. Lei urlo. Un grido lungo e animalesco, che non ti saresti mai aspettata potesse provenire da quella figura minuta e delicata.

Mi svegliai bagnata e con il respiro corto. Avevo voglia di chiamarla, che fosse li con me che quel sogno non fosse un sogno. Mi alzai con la figa gonfia, dovevo scopare. Mi infilai sotto la doccia, l’avrei vista tra un’ora a lezione. Ci dovevo provare questa volta. Non potevo continuare a viverla come un’amica, volevo scoparla e basta. Mi vestii e uscii di casa in tempo, anzi, questa volta ero perfino in anticipo. Presi la metro e arrivai alla facoltà con ben venti minuti d’anticipo. Da lontano scorsi la chioma di Sara che ondeggiava sotto al sole. Avevo il cuore che mi saltava ovunque, c’ero quasi, dovevo solo attraversare il vialetto e l’avrei raggiunta. Le avrei detto quello che sentivo per lei, o la va o la spacca. “Ciao Marina!” disse lei con il suo solito sguardo accogliente come la casa della tua infanzia. “Sei in anticipo stamattina”, stavo per rispondere sì, in effetti… ma lei mi interruppe continuando il suo discorso. “Lui è Ignacio” disse spostandosi di lato e lasciando comparire un ragazzo forse poco più grande di noi, con grandi occhiali da nerd e la faccia da chi ti mette le corna appena ti giri dall’altra parte. E adesso da dove diamine usciva questo Ignacio? Che ci dovevo fare con lui?

In pochi secondi il mio sogno aveva perso d’intensità, sarei voluta sprofondare da qualche parte, ingoiata dalla terra e mai più ritrovata. Ignacio mi sorrise. Forse non era poi così male, forse potevo dargli una possibilità di conoscenza. Dietro ai grossi occhiali aveva uno sguardo tutto sommato non brutto, un po’ da Clark Kent. Sara lo abbraccio è mi lanciò uno sguardo colmo di malizia. Cosa voleva dire? Non riuscivo ad afferrarne il senso. Ignacio mi guardava come si guarda una che stai per sbattere al muro e scopare e Sara, Sara non mi sembrava affatto dispiaciuta.


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