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Sadica Sadia

Non era mai stata una ragazza per bene. Fin da piccola aveva sempre manifestato una certa avversione verso le regole e anche ora che era una donna Sadia faceva sempre quello che le passava per la testa, senza mai pensare alle conseguenze.

Era così che aveva avuto una gravidanza indesiderata, un aborto forzato dai genitori e una rabbia dentro che, nonostante fossero ormai passati anni, non riusciva ancora a elaborare.

Non era stata una vita facile la sua, sempre sulla bocca di tutto il paese per la facilità con cui passava da un ragazzo all’altro, sempre giudicata e mal digerita da quella comunità troppo piccola per lasciare che le cose fossero di proprietà privata. Quello, fondamentalmente, era stato il motivo per cui se ne era andata nella grande città, sperando di trovare un minimo di anonimato, di potersi mescolare tra le persone diventando una qualunque e abbandonando per sempre quel appellativo crudele che le avevano appiccicato addosso e che spesso viene utilizzato per indicare una donna che non è certo tutta casa e Chiesa.

Roma era grande, caotica, indifferente Così indifferente che finalmente Sadia si sentiva a suo agio. Aveva trovato un lavoro dove nessuno si azzardava a misurare ogni centimetro del suo seno prorompente con lo sguardo, dove se entrava in un bar per bere un caffè nessuno le stampava le cinque dita sul culo, come se fosse l’acquasantiera di una chiesa, a Roma era solo un’impiegata e stop.
La sua poteva sembrare una vita anche banale tutto sommato, la mattina si faceva una doccia calda, si legava i lunghi capelli ramati e senza nemmeno truccarsi si vestiva e andava in ufficio. Come le piaceva salire sulla metro affollata e sentirsi nessuno. In paese non poteva nemmeno entrare più al tabacchi per prendersi le sigarette senza venire appellata da qualcuno per la strada o guardata con sdegno dalle altre donne, giovani o anziane che fossero, tutte compatte nella loro crociata contro quella bocca di rosa che aveva peccato di troppo sesso.

Ma sembrare normale non significa che lo fosse. Sadia, infatti, non riusciva a rinunciare a quella che potremmo anche definire, per certi versi, una perversione, quella voglia di fare sesso, di sperimentarsi, di mettersi ogni volta alla prova in modo diverso, e a Roma aveva trovato l’occasione per farlo. Una grande città, del resto, offre a tutti una possibilità, basta giocarsela bene. Roma con i suoi monumenti e la sua arte durante il giorno, con i suoi vicoli e i suoi segreti la notte, quando era come se si trasformasse in un essere dai cento occhi, che tutto vede. Tra stradine di ciottoli dove più di un tacco si era rotto, poco illuminate dai lampioni, a pochi passi dalla movida del Pigneto, c’era un vecchio portone, ma che anni addietro doveva essere stato molto elegante. La palazzina aveva ancora dei tratti signorili che si potevano evincere nonostante le numerose crepe. La prima volta che Sadia si era trovata davanti a quel portone non pensava certo all’architettura e all’estetica, ma pensava a ben altro.

Si salivano delle scale di marmo scuro poco illuminate. Non c’era ascensore e con i tacchi altri era un pena. Arrivati al 4 piano e con un certo fiatone, ci si ritrovava davanti a una porta con un etichetta anonima, un cognome talmente comunque a Roma che nessuno avrebbe mai potuto sospettare niente. E invece, dietro a quella porta c’era il mondo di Sadia. Un mondo diverso da quello che a giudicare le apparenze ci si poteva aspettare. L’ingresso di quell’appartamento era buio, un po’ cupo. Da questo si accedeva a un lungo corridoio di pareti fucsia, senza nessun orpello, nessun quadro. Alla fine del corridoio un arco con una tenda sempre fucsia, ma di piume. Oltrepassata quella, si entrava nel cuore del covo di Sadia.

Catene penzolavano dal soffitto, ma non avevano un’aria sinistra come si potrebbe pensare. Alle pareti fruste e scudisci di ogni fattezza. Lo sguardo poi si poteva perdere tra cinture di pelle che servivano per cingere, bloccare, immobilizzare. E lunghe fasce di seta nera che dondolavano al minimo spostamento d’aria. Tavole come di tortura, con manette per polsi e caviglie, ma che a ben guardare erano tavole di piacere.

Si udì chiaramente il rumore delle chiavi che giravano nella toppa. Sadia entrò nell’appartamento con una certa indolenza. Raggiunse la stanza e si sedette sul letto. Questo risultava leggermente in secondo piano rispetto alle catene e agli strumenti di piacere. Aveva una testata di velluto fucsia imbottito, con un copriletto di seta nera, lucido. Si sfilò i vestiti e prese un indumento dal cassetto del comodino. Iniziò a indossarlo con una certa perizia. Era una tuta in lattex che lasciava scoperte le natiche e i seni. Sui capezzoli applicò due piccoli coni con strass neri che penzolavano a ogni movimento. Raccolse i capelli indomiti in uno chignon severo e calò sugli occhi una maschera forma di ali di farfalla tutta traforata. Prese un rossetto rosso corallo e lo passò senza parsimonia sulle labbra carnose. Niente doccia, al cliente piaceva quell’acre odore di sudore che a onor del vero non era sgradevole ma risultava solo un po’ pungente. Indossò degli stivali aderenti, alti fino alla coscia, e iniziò, con pazienza e dovizia, a stringere e allacciare le stringhe.
Nemmeno cinque minuti dopo si udì il suono del campanello. Sadia aprì la porta e invitò un uomo corpulento e greve a raggiungere la stanza oltre la tenda fucsia.

L’uomo docilmente seguì il corridoio, come se già sapesse dove sarebbe dovuto andare e cosa avrebbe dovuto fare. Arrivati nella stanza si spoglio completamente e si inginocchiò carponi a terra. Partì il primo colpo di frusta che riecheggiò nella stanza vuota. Seguì un’altra. L’uomo ansimava, ma non si capiva se fosse piacere o dolore perché ben presto il mugolio aveva più il sentore di un lamento. “Leccami stronzo!” disse perentoria Sadia “qui, lecca il tacco uomo inutile!” L’uomo, mansueto e obbediente, si avvicinò allo stivale sinistro di Sadia e leccò con gusto il tacco, poi Sadia sollevò il piede da terra e l’uomo nudo si infilò il tacco in bocca e iniziò a succhiarlo “Bravo, bravo, vedi che se vuoi ce la fai a fare il bravo” Parlava solo lei, lui non era abilitato a proferire parola. Era il patto. Sadia prese per mano l’uomo e lo fece adagiare sulla tavola delle torture, del piacere. Infilò polsi e caviglie nelle cinture e strinse forte. Se fosse stata una psicopatica quell’uomo non avrebbe avuto scampo. Sadia prese un frustino di cuoio intrecciato e iniziò a passarlo sui fianchi dell’uomo, sui capezzoli, poi arrivo la sferzata che si infranse sulla coscia dell’uomo. Un urlo a stento trattenuto. Sadia ansimava. Continuò a sferzare le gambe dell’uomo che a ogni colpo lanciava un lamento soffocato. Sadia salì a cavalcioni sopra di lui e gli pizzicò con violenza i capezzoli. Sotto la sua vagina il pene dell’uomo iniziava a diventare duro.

Sadia prese una forcina dai capelli e l’arroventò con l’accendino, poi la passò sull’inguine dell’uomo che pur soffrendo sembrava apprezzare molto. Il suo cazzo era ormai una bestia enorme che aveva bisogno di soddisfazione. Sadia aprì la bocca e infilò il serpente di pelle tra i denti. Lo morse con poca delicatezza, ma senza fare troppo male. Iniziò a succhiare mentre infilava le unghie nelle carne dell’uomo che ora ansimava a voce alta, segno di un’eccitazione che doveva concludersi nella bocca di Sadia. Ma non ancora, ancora no. Sadia prese una piccola lama, debitamente disinfettata, e praticò delle piccolissime incisioni sulle braccia dell’uomo che sembrava impazzire mentre cercava di trattenere l’orgasmo. Sinuosa come una cavalla di razza, Sadia prese una sciarpa di seta. Sbottonò dei bottoni della tuta in lattex liberando la sua figa vogliosa. Si mise sull’uomo e si infilò il cazzo tra le gambe, scivolando sul pene eretto che la penetrava. Con la sciarpa strinse il collo dell’uomo mentre iniziava a muoversi ritmicamente. Scopava e stringeva, scopava e stringeva la sciarpa, L’uomo aveva la faccia completamente rossa. Un gemito, seguito da grido di lei che veniva. Lasciò la presa e si lasciò scivolare sul petto dell’uomo.

Restò così solo il tempo di godersi il suo orgasmo, poi scesa a terra, richiuse i bottoni e sciolse l’uomo dalle cinghie. “Rivestiti” disse, come se stesse parlando con uno che aveva appena incrociato in fila alle poste. Quando l’uomo fu andato via, Sadia rimise a posto la stanza, sistemando i pochi oggetti che erano stati spostati e pulendo le tracce di sperma dalla tavola. Si rimise gli abiti di quando era arrivata e uscì dalla porta chiudendo bene a chiave.

Sadia si ributto sulle strade buie della città. Dietro l’angolo si sentiva il vociare dei ragazzi seduti ai tavoli per bere il drink del fine settimana. Giunse alla fermata della metro, scese le scale stringendosi un po’ di più nel cappotto. I primi freddi dell’inverno iniziavano a farsi sentire. Salì sulla metropolitana e si sedette a osservare. Studiava i passeggeri uno a uno, alla ricerca della sua prossima serata di sesso.


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