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Scopata nell'ascensore guasto racconto erotico

Scopata nell’ascensore guasto

Agosto è sempre stato un mese del cavolo. Io odio il caldo, ma lo odio proprio in maniera viscerale. Mi fiacca, perdo la voglia di fare qualsiasi cosa e mi trascino come uno zombie lungo le vie assolate, perché andare al mare proprio non mi piace. Credo che in agosto sono l’unica persona in città, ma non è proprio un male. Il traffico diminuisce, c’è silenzio, sembra quasi che lo spazio sia tutto mio, peccato che i negozi aperti siano solo fuori dal centro, ma chi se ne frega, un salto in macchina e li raggiungo, se non altro per una boccata d’aria fresca.

Quella sera però avrei fatto proprio bene a starmene al fresco del mio appartamento. Invece no, testarda che sono. Ma chi diavolo doveva esserci in giro alle 4 del pomeriggio con 38 gradi all’ombra? Solo io, e qualche altro povero diavolo. E certo, perché dopo tutto, a portare quel benedetto pacchetto a Isabella non potevo andarci di lunedì vero? Quello che non sapevo però è che quella che era nata come una fastidiosa disavventura, sarebbe diventata un’esperienza di quelle che ti capitano una volta sola nella vita, se sei molto fortunata anche due, tutto il resto lo vedi nei film e ti devi pure accontentare. Insomma, quella sera faceva un caldo bestia e io potevo benissimo non uscire, ma venerdì in ufficio mi avevano consegnato per sbaglio un pacchetto di Isabella e io ci stavo proprio male al pensiero che potesse essere qualcosa che le serviva. Avevo provato a chiamarla sul cellulare, ma nulla, e allora le avevo mandato un messaggio su Whatsapp dicendo che sarei passata al pomeriggio e che, se mai non l’avessi trovata, le avrei lasciato il pacchetto alla guardiola. Ma brava Giorgia, lo sai che nella guardiola al sabato pomeriggio di agosto al massimo ci trovi i ragni? No, non lo sapevo. Ovviamente.

Mi ero fatta una doccia rinfrescante perché il caldo umido ti lasciava una sensazione di appiccicoso addosso che non era per nulla gradevole. Doccia fatta, avevo indossato un vestitino di quelli leggeri leggeri, un soffio, come lo chiamava mia mamma. Infradito, capelli legati in una coda e tanto deodorante in stick. Ero uscita di casa con una certa fiacca, come ho detto prima, col caldo tutte le mie azioni erano decisamente più lente, era come andare al rallentatore. Eppure mi ci impegnavo a tirarmi su, ma non era colpa mia se avevo la pressione sotto le infradito. Borsetta minimal, con dentro il pacchetto di Isabella e una bottiglietta d’acqua. Il calore che veniva su dall’asfalto mi arroventava le suole, lo sentivo salire come delle vampate bollenti lungo le cosce, mi avvolgeva il sedere e la vagina, passando oltre le mutandine di micro fibra che promettevano di non stressare e non dare fastidio, ma che sistematicamente mi finivano in mezzo alle chiappe che tanto valeva mettersi un perizoma. Sembrava che da un momento all’altro le scarpe mi si dovessero sciogliere e bramavo solo il momento in cui sarei scesa per le scale della metropolitana dove una corrente più fresca, sebbene effimera, mi avrebbe dato un minimo di tregua per qualche istante. Scesi le scale. La corrente era durata ancora meno di quanto avessi sperato. La metropolitana era appena passata e così, mestamente, mi ero rassegnata ad attendere la prossima. C’era pochissima gente, mai vista così poca. Agosto. Mi ripetevo nella mente, è la fuga di agosto. Arrivò la metro. Salii con un balzo e quando entrai dentro la carrozza fu l’inferno: sebbene fosse quasi vuota faceva un caldo pazzesco, l’aria era a malapena respirabile, ma sembrava essere stata fritta almeno tre volte.

Forse in dieci anni che sto in questa città questa era la prima volta che trovavo posto a sedere appena si erano aperte le porte. Insomma, l’unico problema era il caldo. Scesi alla mia fermata, la metro sembrava essere anche lei lenta e fiacca. Il caldo era ancora più impietoso uscita dalla stazione, ma il grattacielo dove viveva Isabella non era molto lontano per fortuna. L’ombra del grosso grattacielo era un piccolo ristoro per l’anima. Varcata la soglia del portone sembrava di essere atterrata direttamente in paradiso, certo, non si può dire che c’era fresco, ma rispetto alla temperatura esterna, le spesse pareti rivestite di marmo davano il giusto rinfresco. Nessuno alla guardiola, nessuno al citofono, ok, avrei provato a suonare al portone, diversamente avrei giocato l’ultima carta: signora Maria, la vicina, una vecchina di quasi 90 anni che di certo non si muoveva di casa, sempre molto gentile e disponibile, avrei lasciato il pacchetto di Isabella a lei. Chiamai l’ascensore e salii, consapevole dei 22 piani che mi aspettavano. Fortunatamente non avevano scollegato tutto prima di partire e l’impianto di aerazione funzionava bene. Tastino, click, piano 22. Che palle. Ne approfittai per dare uno sguardo al trucco, per altro molto basico, che ormai si era squagliato sotto il caldo impietoso. Avevo solo una possibilità, quello di rimuovere l’antiestetica chiazza nera sotto gli occhi. Dliiin. Ascensore al piano. Cavolo – pensai –  ha fatto in fretta. Si aprirono le porte ed entrò un figo della madonna. Alto, spalle larghe, occhi blu, capelli neri, corti, con un ciuffo che gli sfiorava il naso e virava sulla destra. Inesorabilmente gli occhi scesero sulla sua braghetta, maledetta porca che sono! Eh ma non ne potei fare a meno, e il pacco doveva essere interessante da scartare. Era vestito completamente di jeans, pantaloni e camicia aperta, sotto una maglia bianca. Chi era? Bello come un quadro.

– Buongiorno. – disse senza aggiungere altro. E niente, 12° piano, ne mancavano ancora parecchi. Mi guardava il furbetto. Aveva fatto finta di niente, ma anche il mio sotto vestito doveva accendergli una qualche curiosità, evidentemente. Nessuna parola però, solo sguardi furtivi. Il che cominciava anche a essere divertente. Piano 17. Tac. Che è? Un sobbalzo e poi al buio. Ma porca paletta, l’ascensore doveva essersi bloccato. – Aspetta, – fece, – ho il cellulare faccio luce. – Capirai, e che mi frega della luce? Io volevo uscire più che altro. – Mi chiamo Elia, non hai paura vero, voglio dire, non soffri di claustrofobia? –
– No, va tranquillo, soffro solo di caldo, e qui tra poco ce ne sarà parecchio se non ci aprono. -Iniziammo a suonare l’allarme, ma nessuno si curò di noi. Possibile che in un palazzo di 25 piani, con 4 appartamenti per piano, non ci fosse nemmeno una persona in casa? Ora, va bene il sabato sera, va bene il caldo assurdo, va bene agosto, ma nessuno nessuno in casa non ci credo. Eppure nessuno veniva a soccorrerci. Iniziavo a diventare nervosa. Il caldo penetrava dalla grata, si insinuava lentamente dentro la cabina. Elia continuava a illuminare, inutilmente, il quadro dei comandi. Iniziavo a soffrire tanto tanto il caldo e no, non era claustrofobia, era proprio caldo. Un caldo che però non era tutto dovuto alla temperatura esterna. Elia, mentre cercava di capire cosa fosse successo, mi si era avvicinato così tanto, meglio, mi si era appoggiato con tutto il suo armamentario, alla patata. E lei non ha bisogno di essere pregata più di tanto per sbavare quando qualcosa le piace.
– Niente, mi spiace, dobbiamo aspettare che arrivi qualcuno e ci apra, ma non preoccuparti, in questi ascensori non manca l’aria, al massimo ci sarà caldo, questo sì. –

E caspita se iniziava a fare caldo. Sudavo ovunque. – Spogliamoci.- disse Elia, – non vergognarti, tanto non ti vedo, è solo che così staremo un po’ meglio. – Come dargli torto. Tolsi tutto, lasciai solo il reggiseno e le mutande. Sentivo il respiro di Elia sul mio collo. Accese il cellulare e mi illuminò, si illuminò. Era un figo da paura. – Sei molto bella, complimenti.  – disse. E no, non era il momento, è vero, ma mi fece piacere. Il caldo stava diventando insopportabile. A un certo punto sentii una mano che mi scivolava lungo la schiena sudata. Non dissi nulla e lo lasciai fare. Mi si avvicino. Sentivo il calore che emanava che era molto più forte di quello dell’aria nella cabina. Mi batteva il cuore. Mi accarezzò il viso e sollevandomi il mento iniziò a baciarmi. Uno sconosciuto. E chi se ne frega, era bello, e la situazione talmente surreale che pensavo che quando si fossero aperte le porte sarei uscita fuori e come nulla fosse accaduto, avrei suonato il campanello della signora Maria. Già, signora Maria, ma quella poverina era così sorda che figurati se poteva sentire l’allarme dell’ascensore, e poi ormai la situazione aveva preso una piega divertente. Elia mi accarezzava ovunque, i nostri corpi sudati si intrecciavano alla ricerca di un emozione sempre più forte. Con la mano gli afferrai la maniglia, e caspita che bella maniglia era! Lunga e grossa, come piacciono a me. – Che bella maniglia sento qui. –
– Si, e adesso voglio vedere la tua serratura com’è. –

Iniziò a leccarmela, prima all’esterno e poi all’interno, avvolgendo le grandi labbra con la lingua e succhiando come si succhia un’ostrica. Mi stavo bagnando copiosamente. Elia mi girò a pancia in giù e s’impossessò del mio culo, voleva prima giocare con quel buchetto, poi avrebbe fatto i fuochi d’artificio con la serratura. Godevo e avrei voluto farlo sapere a tutti, ma non c’era nessuno. Mi spiaceva solo che aveva fatto prima lui e non ero riuscita ad assaggiare il suo gelato caldo e sudato, ma avrei fatto dopo. Elia mi scopò per quasi due ore, poi tornò la corrente e l’ascensore si fermò al 22° piano. Ci vestimmo di furia. – Io scendo qui, sto andando da mia nonna Maria, avevo deciso di farmela a piedi ma mi sono stancato e ho preso l’ascensore. – disse.


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