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TRANSito in Jamaica all inclusive

TRANSito in Jamaica all inclusive

Vado in Jamaica, dico. Lo dico e lo faccio, praticamente una follia, io che non ero mai uscito dall’Italia. Ma l’occasione era ghiotta, la laurea triennale col massimo dei voti presa a 21 anni, tempo perfetto. Papà era stra felice, mamma pure e non vi dico i nonni, ma potete di sicuro immaginarlo. Felici a tal punto da dirmi: “scegli dove vuoi andare, tu dicci dove e al resto pensiamo noi”. E quando mi ricapita – avevo pensato – mentre coglievo la palla al balzo. Una vacanza era proprio quello che mi ci voleva, e cazzo se avevo voglia di evadere. Avevo appena rotto con Elena, una storia asfissiante che non mi stava più dando alcuna emozione e dalla quale non vedevo l’ora di uscire. Poi lo stress dello studio, le pressioni della mia famiglia per entrare nella loro azienda una volta finiti gli studi, e io che mi sentivo sempre più schiacciato e con una voglia assurda di prendere il largo.

Detto fatto. Ma dove vado? Lontano, molto lontano. La radio passa una canzone di Bob Marley e nella testa mi si accende una scritta al neon: Jamaica! Ma perché accontentarsi, facciamo un viaggio serio, quindi prima Repubblica Dominicana, transito in Jamaica e per finire Cuba. Totale tre settimane di viaggio. Vado.

Ero arrivato in Jamaica una calda mattina. Avevo scelto di stare a Negril, memore di quegli anni ’70 in cui i figli dei fiori, al grido di “love and peace” si davano appuntamento per trascorrere vacanze all’insegna della natura. Ero curioso, ma non solo, volevo anche penetrare la vera essenza di quest’isola. Volevo assaporare la tradizione, il volto più reale e meno turistico della Jamaica, anche se trovare un luogo che non sia ormai raggiunto da ogni sorta di turismo pare impossibile. Avevo scelto di stare in un piccolo albergo a conduzione familiare, nulla di pretenzioso. Stanza piccola, poco pulita e spartana, ma con una vista sul mare da farti perdere il respiro. La mia settimana nella Repubblica dominicana era stata ben diversa, bell’hotel, ottimo cibo, serate in mezzo alla movida. E adesso era arrivato il momento di avere un po’ di calma introspettiva. Sentivo davvero il bisogno di avere un ricongiungimento col mio io profondo e con la terra. Avevo speso le mie prime due giornate steso al sole feroce di Long Bay. La spiaggia era spettacolare: un mare di un azzurro sconvolgente e la spiaggia talmente bianca da fare quasi male agli occhi durante le ore più calde.

Avevo continuato ad abbronzarmi, fatica iniziata nella prima tappa del viaggio. Non è che mi piaccia su di me l’abbronzatura, e del resto stare stesi al sole per me è una perdita di tempo, ma ero in vacanza per la prima volta in vita mia e c’erano tante cose che dovevo provare.

La prima era stata una canna. Sì, lo so, bla bla, già mi vedo la faccia della mamma che aggrotta le sopracciglia tra il preoccupato e lo scatto di nervi. Non l’avevo mai fatto ed ero curioso, non sono tossico e non lo sarò. La maria però mi aveva fatto uno strano effetto, ero allegro e rilassato e il sole sembrava ancora più tondo e feroce. Me l’aveva venduta un ragazzetto che farfugliava un po’ di italiano, probabilmente qui ci vengono più turisti delle mie parti di quanto potessi immaginare. Il ragazzetto avrà avuto si e no una quindicina d’anni. Guardavo la risacca, ipnotica, e mi rilassavo. Era il mio terzo giorno in Jamaica. Ma se durante i primi due non avevo notato nulla di particolare, al terzo mi ero accorto di quanti venditori ci fossero in spiaggia. I jamaicani provano a venderti di tutto, dai prodotti tipici alla maria, ai vestiti tradizionali e perfino notti di sesso. Avevo sentito io stesso due turiste spagnole contrattare con un pezzo di ragazzo muscoloso e avvenente. Normalmente mi faccio i cazzi miei ma quel dialogo l’avevo percepito perfettamente, memore della mia neo-laurea in lingue. E non era stato tanto quello che si erano detti, ma quanto avrà visto quel ragazzo proporsi in modo così provocante che mi aveva fatto eccitare. E che diavolo! Basta andare contro la mia prepotente natura che ormai stava salendo a galla. E questo è il motivo per cui Elena non me lo faceva più venire duro da un pezzo. Volevo altro, volevo di più.

E adesso avrei tanto voluto fare un’esperienza diversa anche io. Avrei voluto osare laddove non avevo mai osato, fare sesso come mai avevo fatto e doveva essere una scopata memorabile, di quelle che ti lasciano un ricordo dolce in bocca. La sera ero andato a bere un aperitivo al Rick’s Cafè, beando lo sguardo con le favolose casette coloniali. Ero solo, preda facile. Forse, anche se più per le ragazze, ovviamente. Stavo bevendo il mio drink pieno d’ombrellini quando a un certo punto, sollevando lo sguardo, avevo notato una ragazza che di sicuro non ero stato il primo a guardare. Alta, snella, con la pelle scura che brillava sotto le luci. I capelli erano un groviglio unico, quasi come quelli delle cantanti dance degli anni ’70 che avevo visto sugli LP di mio padre. Labbra di un rosa impressionante, vestito inguinale in lattice, ovviamente rosa, stivaletti abbinati. Inutile dire che volevo scoparmela, ancora di più perché lei era un trans, ne ero quasi certo.

La fissavo negli occhi ad ogni occasione che avevo a disposizione, al tal punto che sarebbe stato impossibile non rendersi conto che avevo un certo desiderio nei suoi confronti. E lei non era per niente una stupida. Si era seduta accanto a me e mi aveva chiesto cosa stessi bevendo. Un approccio scontato, ma avevo avuto modo di sentire la sua voce che non era del tutto femminile. Avevo ragione io. “Amparo, mi chiamo Amparo” aveva detto, mentre con le grosse labbra stringeva la cannuccia e succhiava il suo cocktail. Amparo era mulatta, il padre jamaicano e la madre andalusa, una mistura di sangue esplosiva. Avevamo iniziato a chiacchierare, come di solito si fa prima di una sana trombata. Non eravamo passati dal via, per diversi step, del resto tempus fugit, preamboli e dialoghi inutili li avevamo appesi alle luci del tramonto. Ero mezzo ubriaco perché l’aperitivo non era un semplice drink, ma una serie di drink e cocktail che ingannandomi col loro sentore di agrumi e frutti esotici mi avevano ben cotto il cervello.

Amparo mi aveva preso per mano e portato in una camera che si trovava in una bellissima casa coloniale proprio di fronte al bar. Era la sua camera e a quanto pare non ero il primo turista che aveva fatto sdraiare sul suo letto. Tutto in quella camera era rosa, al punto che pensavo di essere finito nella stanza da letto di Barbie e la cosa mi piaceva, perché alla fine dei conti c’era quel mio lato femminile che sgattaiolava fuori felice e contento, come un cane che scodinzola. E mi piaceva l’idea che avrei fatto sesso con un uomo e una donna al contempo. Amparo aveva un bellissimo cazzo. Lungo, affusolato, ben custodito tra le cosce muscolose e scattanti. Avevo una gran voglia di farmi inculare, di succhiarglielo, di farla godere, di venirle in bocca.

Ma la realtà era molto diversa dalle aspettative, era decisamente meglio. Amparo aveva iniziato a trasformarsi, intendo a fare degli interventi per sembrare una donna. Aveva voluto due tette da capogiro che penzolavano quasi fino a toccare le lenzuola mentre la inculavo sotto i colpi potenti del mio pene voglioso. Quel suo buchetto, delicato e misterioso, mi attraeva come la forza di gravità attrae gli oggetti al suolo. Prima lo avevo leccato ben bene tutto attorno, poi ero scivolato dall’altra parte, verso quel perverso lato maschile così duro e grosso che a leccarlo quasi mi mancava la saliva. Lei dal canto suo giocava col mio cazzo come fosse un gattino sotto la pioggia. Lo maneggiava con cura e passione, come se non ne avesse mai visto prima di cazzi , ma certamente non era così. Si muoveva con una tale agilità e perizia che sembrava quasi seguire un copione studiato ormai a memoria. Poi aveva deciso che anche io dovevo provare l’ebbrezza del culo e perché no – mi ero detto – del resto quel batacchio poteva essere un divertente diversivo e rendere ancora più trasgressivo il nostro incontro. Niente preservativo, pelle a pelle. Bruciava, faceva male. Cazzo se faceva male rompere il culo per la prima volta, ma stavo godendo come non avevo mai goduto con Elena, né con nessun’altra donna.

Amparo mi era venuta addosso e così io con lei. Sembrava una follia. Quella notte di sesso ardente mi era costato soli 60 dollari americani, un vero affare per un paio d’ore bollenti che mi avevano lasciato in bocca esattamente quel gusto che volevo sentire.

Per il resto della vacanza mi ero accontentato di godere delle meraviglie del posto, riservando le energie per la mia prossima tappa, La Havana. Ma quello che ho fatto li fa parte di un’altra storia, un altro bagaglio esperienziale che avrei archiviato tra i miei ricordi più belli, e forse, se ci sarà occasione, ve lo racconterò.


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