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vergine sverginare

Una calda vendemmia

La vendemmia per me è sempre stato un periodo splendido. Lo ricordo ancora oggi come fosse ieri, eppure da quella calda vendemmia sono passati ormai quasi 45 anni. Allora vivevo tutto con diverso entusiasmo.

Ricordo quando avevo circa sei anni che con i miei cugini ci divertivamo a correre tra i filari della vite, correndo tra grappoli neri e ruzzolando fino a quelli bianchi. I grandi ridevano divertiti, anche se erano stanchi per il lavoro. Allora l’uva si raccoglieva a mano. Tagliavano i grappoli con delle grosse cesoie e alla sera tutti erano appiccicosi e avevano odore di mosto.

Erano giorni allegri perché si stava tutti assieme, io, la mia famiglia, i mie zii e cugini. Era un momento in cui tutti ci riunivamo e trascorrevamo delle settimane assieme. Mia cugina Sofia, la più grande, aveva 15 anni, era lei che ci preparava e accompagnava a scuola. I grandi si alzavano presto facevano una colazione frugale e via in vigna. Per un paio di settimane, alle volte anche tre, si stava tutti nella grande casa dei nonni. Mio nonno non l’ho conosciuto, era morto in guerra, mia nonna era, allora, una vecchina arzilla che dava istruzioni a tutti. Lei non andava a vendemmiare ma preparava pranzo e cena per tutti. Ricordo quegli anni con una nostalgia che certe volte ti dilania il cuore, ora che nemmeno i miei genitori ci sono più.

È che quando hai tutto non ti rendi conto di quanto valga, solo quando lo perdi ti accorgi di quale vuoto ti resti attorno invece delle risate, degli abbracci e del calore della famiglia ma questo fa parte della vita, non ci si può fare niente.

La serenità di quei giorni la porto con me nel cuore, sempre. Ma in particolare ci fu una vendemmia che non potrò dimenticare mai. Sarebbe stata anche l’ultima, dopo di quella mia nonna sarebbe morta, di seguito uno zio, e le cose non furono mai più come prima. Piano piano la famiglia si è sgretolata, uno dei miei cugini aveva preso una brutta strada, insomma, le cose cambiano. Quella fine di settembre però ce l’ho ancora impressa nella memoria, i ricordi sono tutti con colori vividi, come fosse un fatto accaduto l’altro ieri.

Ci eravamo ritrovati tutti nella vecchia casa della nonna, come tutti gli anni. Il tempo era buono, faceva ancora un caldo estivo, ma alla sera una brezza delicata mitigava il caldo del giorno. La casa era in fermento. Anche quell’anno c’eravamo tutti. La nonna sempre più vecchia, un po’ acciaccata, ma non arresa. Lo zio Sandrino aveva avuto un periodo di stanchezza e spossatezza, ma nemmeno lui era più un ragazzino, ci sembrava una cosa normale, non sapevamo che di li a poco se lo sarebbe portato via un tumore al colon. Noi stavamo crescendo, io avrei compiuto 16 anni a dicembre, mio fratello andava per i 12 e miei cugini erano tutti più grandi di me. Quella volta però era venuto alla casa anche un amico di mio cugino Gianni. In realtà era un suo cugino da parte di madre, che viveva in Francia. Era andato da lui per l’estate e sarebbe ripartito dopo la vendemmia, da loro le scuole iniziavano più tardi. Filippo era un ragazzino magro e alto. Aveva capelli chiari sempre scarmigliati, lentiggini, un naso praticamente perfetto e degli splendidi occhi nocciola. Era un po’ timido, ma molto vitale e simpatico una volta che prendeva confidenza. In principio ero un po’ gelosa di lui perché aveva completamente catalizzato su di sé l’attenzione di mio cugino Gianni, quello a cui ero da sempre più legata anche perché eravamo quasi coetanei, lui aveva due anni più di me. Poi però in capo a due giorni ho capito perché Gianni era così attratto da quel ragazzino.

Le giornate avevano iniziato a prendere il loro ritmo. Tra qualche giorno sarebbe ricominciata per noi la scuola. Da oltre 5 anni ero io che mi occupavo di accompagnare mio fratello. Ormai Sofia era andata all’estero da qualche anno e stava per laurearsi, gli altri erano cresciuti e potevano andarci da soli, e io ero rimasta a occuparmi solo di Riccardo. Mia nonna rassettava la casa mentre tutti erano in vigna, io le davo una mano appena rientravo dalla scuola. A pranzo arrivavano tutti. Sedevamo attorno alla grande tavola. Poi una pennichella pomeridiana e alle quattro nuovamente tutti in vigna fino a che calava il sole. Io e i ragazzi facevamo prima i compiti e poi raggiungevamo gli altri in vigna. Ormai non era più tempo di saltare tra i filari, ma qualche volta ci consentivano di dare loro una mano. Quell’anno però le vespe erano particolarmente insidiose e io avevo paura  di essere punta.

I grappoli erano grossi, gli acini ricchi di succo, sia per quanto riguardava l’uva era che per quella bianca. Le casse si riempivano, venivano svuotate sul rimorchio del trattore e portate alla cantina. Una parte la si teneva per noi e la si pigiava alla vecchia maniera, coi piedi. Non era un vezzo, un ricordo dei tempi passati, è che il vino veniva proprio più buono. Certo, ormai avevamo il torchio moderno, però pigiare coi piedi era un momento di allegria. Quello era concesso anche a noi ragazzi, da quando eravamo bambini. Arrivò il giorno della pigiatura. Salivamo nella tinozza di legno a due a due, a turno. Il mio turno fu condiviso con Filippo. Io indossavo dei jeans tagliati corti quasi all’inguine e una t-shirt senza maniche  nera. Filippo aveva dei boxer da mare e il petto nudo. Iniziammo a saltellare pestando gli acini, gli altri di sotto incitavano. Iniziavamo a prendere il ritmo e il succo scendeva abbondante. Era faticoso, anche se divertente. Filippo si era coperto di tante perline di sudore. Il profumo degli acini pestati era inebriante. Faceva caldo. Ci fissammo furtivamente negli occhi e ogni volta che gli altri erano distratti cercavamo di far incontrare i nostri sguardi. Il cuore mi batteva forte, e non era per lo sforzo. Forse mi stavo prendendo una cotta per quel ragazzo.

Finì il nostro turno e salirono mio fratello con nostro cugino Gianni. “Dai ragazzi, andate a lavarvi che poi si fa merenda” ci desse mia madre. Io e Filippo tornammo a casa tutti appiccicosi. La vigna non era lontana, ma da li alla casa c’erano circa 2 ettari e mezzo di orti. Quando arrivammo vicino al capanno della legna sentii una fitta alla coscia. Un dolore pazzesco, un bruciore assurdo che mi aveva quasi preso tutto il muscolo. Una vespa, lo sapevo io che mi avrebbero punta prima o poi. Filippo mi fece sedere a terra e guardò il ponfo che si era formato, Senza pensare, senza darmi il temo di pensare, mi posò le labbra sulla puntura e iniziò a succhiare. Niente, bruciava da morire. Tolse il suo coltellino dalla tasca dello zainetto che portava con sé e mi incise una piccola croce. Il dolore iniziava a passare. Era così bello. Aveva i capelli bagnati sulla fronte e uno sguardo così intenso. Speravo mi baciasse. Avevo il cuore che mi saltava nel petto.

Mi prese per mano e mi portò nel capanno della legna. Non ci avrebbe visto nessuno. Accadde quello che tanto desideravo, mi baciò. Fu un momento intenso, mi sembrava che tutto fosse meraviglioso, che tutto sarebbe sempre andato bene e che io e Filippo saremmo stati assieme per sempre. Immaginazione puerile. Le cose iniziarono a non essere più sotto controllo. Ci lasciammo andare. Sdraiati a terra, tra l’imbarazzo e la felicità, iniziavamo a scoprire una sessualità ancora acerba, ma che scalpitava per venire fuori. Sentivo che il suo pene si stava indurendo, e la cosa mi lusingava. Filippo cercava di memorizzare la forma dei miei seni passava e ripassava quella mano avida di conoscenza. Tremavamo entrambi. Avevo la salivazione a zero e sentivo una paura folle per quel che di li a poco sarebbe accaduto.

Lo volevo. Lo volevamo. Filippo era evidentemente impacciato, come chi sa quello che si deve fare in teoria, ma la pratica non è ancora stata messa a punto. Mi sbottonò i jeans con la mano tremante, infilando a forza le dita che non riuscivano a muoversi tanto i calzoncini erano stretti. Avevo tanta voglia di accoglierlo dentro di me. Tremavo. Forse si poteva anche vedere a occhio che avevo la pelle d’oca per i brividi. Felicità e paura, eccitazione tanta. Non l’avevo mai fatto. Alcuni dicevano che la prima volta si perdeva sangue. Mi avrebbe fatto male? Filippo iniziò a infilare il suo pene dentro la vagina. Si, faceva male eccome, ma era così forte la voglia di sentirlo. Strinsi i denti e premetti il suo corpo contro il mio afferrandolo per le natiche. Bruciava più della puntura della vespa, male cane e piacere allo stesso tempo. Entrò del tutto e il dolore mi fece sussultare. Filippo mi mise una mano in bocca e poi prese a baciarmi. Si muoveva pian piano, in modo scoordinato ma era bellissimo. Gocce di sudore gli cadevano dai capelli sul mio viso, avrei voluto che quei momenti non finissero mai. Invece finirono molto in fretta data la poca esperienza. Fu bellissimo. Ancora oggi porto dentro quelle sensazione che non ho mai più riprovato. Nemmeno dopo un matrimonio e tre figli. Filippo è stato il mio primo amore, la mia prima volta.


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