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Zelda l'africana calda racconto erotico

Zelda l’africana calda

Quando ho lasciato Cinzia la mia vita è cambiata. In meglio. Stavamo assieme ormai da diversi anni e la relazione per me era diventata come un imbuto, sempre più stretto. Eppure l’avevo amata, o quasi. Era bella, questo non lo posso negare di sicuro, ma la bellezza da sola non basta, non basta quando iniziano i primi conflitti, quando le prime discordie rovinano le cene a lume di candela, e a queste si sostituiscono meste cene solitarie, uno in cucina e l’altro nella sala. Le passeggiate romantiche mano nella mano diventano camminate veloci, sempre più rade, sempre più distanti, fino quasi a camminare uno in un marciapiede e uno nell’altro.

Dopo Cinzia mi sono preso una bella pausa, non avevo più voglia di relazioni importanti, anzi, non avevo proprio più voglia di relazioni. Questo non significa zero donne, ovvio, significa semplicemente zero storie. L’altra notte, per dire, ho trovato una figa bionda e me la sono scopata. Che ci vuole, basta essere intriganti, ti avvicini, un paio di bicchieri e te la danno. Non tutte, ma su dieci sei te la danno sicuro, di queste sei quattro non rompono le palle con menate assurde, te le scopi e via, arrivederci e grazie, e caso mai se capita ci ritroviamo al giro di boa. Anna, per esempio, Anna me la sono fatta la settimana scorsa. Ha due tette enormi, grosse e dure che non si muovono, in realtà non sono sicuro siano vere, ma chi se ne frega, sono fantastiche. I capezzoli duri duri che fa piacere giocarci con le dita, e poi quel piccolo triangolino di pelo castano, quel morbido ciuffo che ricopre il suo delicato pube. L’ho accarezzato con le dita, l’ho odorato e lentamente baciato, spingendomi sempre più giù, sempre più giù, per poi leccare di gusto il clitoride, quel punto prezioso che la faceva vibrare tutta. Una scopata di quelle che ricordi con piacere perché Anna non mi ha chiesto nulla, non ha preteso un secondo incontro, non mi ha masturbato il cervello come invece fanno molte altre. Ho goduto io, ha goduto lei, ci siamo alzati dal letto felici e rilassati dopo aver fumato una sigaretta e ognuno per la sua strada; se capiterà, me la scoperò ancora.

Con Francesca è stata proprio una sveltina. In pratica Francesca è la ragazza che pulisce il nostro piano di uffici. La vedo ormai da più di un anno, tutte le mattine. Carina, piccoletta, curve moderate, ma degli occhi che ti intrigano al primo sguardo. Anche vestita con la tuta te la scoperesti ovunque. Era da tanto che facevo fantasie su di lei, ma non era mai capitata l’occasione di trovarmici da solo in modo da approcciare. L’altro giorno ho fatto tardi. Dovevo finire un lavoro e mi sono fermato in ufficio, ovviamente girato di balle non poco, ma il progetto andava consegnato l’indomani. Erano già le 18:40. Tutti se n’erano andati, credo di esserci stato solo io in tutto il piano. Sento il cigolio delle ruote del carrello delle pulizie e penso che sicuramente c’è Francesca. Penso che almeno potrò finalmente scambiare due parole con lei. Entra e mi dice – Buonasera dottor Ricciardi. –
– Salve Francesca. – Rispondo. Iniziamo a scambiare due battute mentre lei passa lo straccio sul pavimento gommato. Sono affabile e lei mi da spago. Spolvera le scrivanie e si piega a novanta. Posso vedere tutto il bel panorama del suo culo tondo, e lei lo sa che la sto guardando, e sghignazza. Poi si sposta su un altro tavolo, quello della Minetti, e mi fa lo stesso gioco. Io continuo a bearmi la vista, anche perché i pantaloni della tuta sono a vita bassa e lasciano intravvedere il filo di pizzo del perizoma che le ripartisce in due il culo. Penso a che bello sarebbe abbassare quei pantaloni e scoparmela così, di botto, a freddo, senza dire niente. Ma il mio cervello ragiona in tempo e mi suggerisce di aspettare. Francesca si diverte e aspetta che faccia io la prima mossa, ma mi sta palesemente stuzzicando. Allora decido di avvicinarmi e di provare a stuzzicarla a mia volta. Le prendo con le dita un ricciolo castano e ci gioco, mentre le faccio delle domande inutili. Lei indietreggia e mi poggia il culo sul pacco dove nel frattempo il mio cazzo si era ben bene irrigidito.

– Wow, grosso! Bell’attrezzo dottore! – Mi fa lei con un tono da sciocchina svampita.

– Lo vuoi provare? – Le faccio io provocatorio. Lei si gira e per risposta mi afferra il pacco e lo palpa. Apprezza la merce e mi sorride da gattona. Si toglie la maglia e resta in reggiseno. E che faccio, dici che me la lascio scappare? Ma proprio no. La prendo per i fianchi, la giro di schiena, le abbasso i pantaloni e me la sbatto sulla scrivania. Nel vuoto dei corridoi si sentono i suoi mugolii di piacere. Che scopata, veloce, toccata e fuga, sono venuto subito, ma anche lei, sembrava che entrambi volessimo toglierci lo sfizio. E ce lo siamo tolti eccome.

E poi c’è stata lei, Zelda, ma lei è stata davvero un fuori programma. Era la festa di Michele. Michele e io siamo amici da che avevamo 19 anni. Tre giorni fa ha compiuto 45 anni. Mi presento alla sua festa con un piccolo presente, “vieni dai, siamo tra amici” mi aveva detto, “pochi ma buoni”. Bene, io non amo particolarmente le feste. Cinzia mi ha spaccato le palle tra eventi e feste, serate al circolo, vernissage, non ne potevo più. Però a Michele non potevo dire di no. Vabbè passo due minuti, mi sono detto, e poi me ne vado così che non si offenda. Mi apre la porta Elisa, la compagna di Michele, donna di classe, eleganza e magnifica cultura, non me la scopo solo perché è la donna di Michele. Entro e ci sono una decina di persone. Il buffet è molto curato, si vede che c’è il tocco di Elisa. Prendo una coppetta col cocktail di gamberi. Conosco un paio di amici di Michele. Faccio un giro rapido con lo sguardo per vedere che non mi sia perso qualcuno nel mentre, se poi non saluti capace che si offendono. Niente, tutti quelli che conoscevo sono a portata di visuale e conosco tutti.

A un certo punto però vedo lei, bella come un’animale selvatico. Ha un corpo che sembra pennellato su una tela, nera come una pantera, i capelli afro con delle perle tra i ricci, che si muove disinibita dentro un tubino ocra. Sembra che sia un body paint, invece è proprio un abito che la fascia con dovizia. Che dire, il primo istinto che mi viene è quello di saltarle addosso come una fiera, ma non posso farlo davanti a tutti. Mi avvicino e le porgo un bicchiere, le chiedo di brindare assieme alla salute di Michele. Mi guarda come fossi un alieno. Penso che forse non parla italiano. Invece mi sorride, mi guarda con quei grandi occhioni neri magnetici e cazzo, mi scoppia la braghetta. Contieniti, penso, che la figura di merda è dietro l’angolo. Elisa ci osserva da dietro la pianta che è posata sul tavolo. Sembra voler capire quali siano le mie mosse, sanno che sono un monellaccio e forse hanno paura possa combinare qualche guaio, magari la bella pantera è sua amica. Me ne frego e continuo a scherzare. Si chiama Zelda. Ha labbra carnose e rosse, cosce lunghe e muscoli torniti, cosa non darei per infilarle la mano là sotto. E allora ci devo lavorare bene. E mi ci metto con tutto il mio impegno. Parliamo del più e del meno, come si fa spesso in questo caso.

Ma non credo, a occhio, di dover faticare poi molto, dato che anche lei sembra trovarmi piuttosto interessante. Ridiamo, beviamo un altro paio di bicchieri e continuiamo a ridere sul divano di pelle. Gli altri invitati sono poco più che un contorno fastidioso. Ci basta uno sguardo e sotto le occhiate repressive di Elisa, lasciamo la casa dicendo che ci facciamo un giro, salutiamo tutti e finiamo a casa mia. Ho eliminato ogni traccia di Cinzia. Zelda osserva ogni dettaglio, poi si lascia scivolare lungo i fianchi l vestito docile. Resta completamente nuda. Non ha reggiseno, non ha mutande, è di una bellezza che ti lascia davvero senza fiato. La sua pelle nera e lucida sembra un polimero dipinto talmente è perfetto. Zelda la bambola africana, una stanga di un metro e ottanta, un dispensatore di sensualità che ti fa letteralmente venire voglia di venirle addosso.

Mi si avvicina, si avvinghia al mio corpo, mi spoglia e mi prende il pene e lo massaggia, poi se lo ficca dentro la sua vagina enorme e si muove, mi butta a terra e si muove, come una danza, come un vecchio rito, e io mi sento perso, confuso, godo, non ho parole, mi sento travolto da una mareggiata, che mi lascia esausto, confinato su una riva, privo di forze, in estasi. Un orgasmo inaspettato e travolgente. Zelda si riveste, si infila il vestito-guaina, non fuma nemmeno, esce dalla porta e la richiude alle sue spalle. Mi resta solo il suo profumo di selvatico.


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