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donna che succhia

Zitta e succhia!

La solita festa noiosa. Ero stato invitato da Sandra, la migliore amica di mia sorella, non potevo proprio rifiutare, ma che palle! Avevo comprato perfino un regalo per Sandra, la festa infatti era per il suo compleanno.

Lei e mia sorella sono amiche praticamente da bambine e anche io ormai la vedo quasi come una sorella.

Musica Revival anni ’80, non capisco cosa ci trovino in quelle musiche così elettroniche e per me assolutamente odiose. La festa è a tema e ci siamo dovuti vestire con abiti dell’epoca, niente di più facile, mio padre conserva ancora tutto con religioso affetto. Avevo messo su un paio di jeans Naj Oleari, scarpe Timberland e piumino smanicato. Ma come facevano a vestire in questo modo? Le ragazze sembravano tutte ancora più piccole dell’età che dovrebbero avere, ma non mi frega, tanto mi sarei fatto un paio di drink e poi avrei trovato una scusa per filarmela.

Uscii fuori per fumarmi una sigaretta, non ce la potevo fare a resistere mentre tutti, a coppie, ballavano come degli idioti sulle note di quel brano sdolcinato del film dove debuttò la Sophie Marceau. Cazzo che donna quella, altro che queste sfigate che non sanno di niente, me la sarei scopata in tutte le posizioni. Niente di interessante qui. Continuavano a ballare, e io continuavo a bere e fumare, aspettando che passasse ancora qualche mezz’ora per accampare una qualsiasi scusa e darmela. D’un tratto sentii la voce di Sandra, squillante e allegra “Ragazzi, è ora della torta ai venite!” Eccoci qua, dopo lo spegnimento delle candeline me ne sarei finalmente potuto andare senza altre seccature. Entrai nella sala. Erano già tutti in piedi attorno alla torta, un bestione di 5 chili a ripiani, manco fosse un matrimonio, ma Sandra era sempre stata così, aveva sempre avuto manie di grandezza.

Aspettai placido il turno del mio piattino con la torta, ma quando feci per allungare le mani e prenderlo, una piccola mano bianca e lesta lo sottrasse dalla mia presa. “Cazzo è?” pensai. Cercai con lo sguardo l’autore del furto e intravidi un corpo esile dentro un vestitino azzurro che si infilava tra gli altri corpi. Non so, fu sono un guizzo, un’immagine lampo, ma il cazzo diventò duro e, caspita, non ho davvero idea di cosa il mio cervello abbia elaborato in quel momento dato che di quella figura femminile non avevo visto che una mano e un’idea di corpo. A questo punto avevo almeno uno stimolo però. Mi feci largo tra gli invitati e andai a cercare quel vestito azzurro. Niente, non si vedeva da nessuna parte. Possibile che la tanta noia mi avesse giocato un brutto tiro? O forse erano i tre bicchieri di Cointreau. Niente, mi restava solo il giardino e non era poi così enorme.

Sandra viveva con i suoi genitori in una specie di villetta neoclassica, i genitori erano entrambi medici e di famiglia di vaghe origini nobili, ma il giardino non era certo quello di Versailles. Mi avvicinai alla veranda dove c’erano alcuni tavolini con dei ragazzi che fumavano. Tra loro lei, il vestito azzurro che mi aveva rubato la mia fetta di torta. Che stronza! Rideva come ridono i bambini, con tutti i denti al loro posto e con le labbra lucide. Il cazzo mi era tornato duro Era la bocca, era quella bocca che sembrava disegnata con gli acquerelli, delicata e audace, a farmelo diventare duro. Aveva gli occhi di chi sa quello che cerca, verdi, brillanti, attenti. I capelli molto corti pettinati all’indietro, ma se li poteva permettere perché il viso era praticamente perfetto, nulla era fuori posto. Ciglia lunghe, naso proporzionato, fronte ampia quanto basta. Tette piccole, appena accennate dal sottile tessuto dell’abito.
Mi avvicinai e mi sedetti anche io al tavolo accendendomi l’ennesima sigaretta. Parlavano di politica al che sarei voluto scappare di corsa, odio questi discorsi. “Anna vuoi un altro cocktail?” Chiese una voce sulla porta. “Si grazie!” Rispose quella bocca meravigliosa. Anna Si chiamava Anna e volevo un pompino da lei.

Non sapevo come avrei potuto farla spostare da quel gruppo di inutili che sembravano pendere dalle sue labbra da Pasionaria. Parlava di politica con un fervore che quasi quasi me la faceva anche piacere. Dovevo trovare una scusa, un modo per farla spostare. Decisi che era il momento di restituirle il favore della torta. Presi un drink e tornai al tavolo, feci finta di passare tra la sua sedia e la porta per puro caso e simulando una caduta le rovesciai il drink addosso. Pensavo si sarebbe sollevata come una furia per farmi a pezzetti, l’intento era quello di bagnarla appena per fa si che si alzasse a lavarsi le macchie, invece ero inciampato per davvero e il contenuto del bicchiere era interamente volato addosso a lei con un effetto bagnato degno di un film hot, meno male eravamo ad agosto.

Invece Anna si alzò e mi venne incontro non per mollarmi un ceffone, ma per aiutarmi ad alzarmi e chiedermi come stavo. Avevo quella bocca splendida a un paio di centimetri dal viso. La tentazione di baciarla era forte, ma allora si che me lo avrebbe mollato il ceffone.


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